Iraq: raid aereo turco, 14 militanti curdi ‘neutralizzati’

Pubblicato il 11 novembre 2018 alle 11:49 in Iraq Turchia

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Un raid aereo condotto da un velivolo militare turco ha “neutralizzato” 14 militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nell’Iraq settentrionale, distruggendo nascondigli e arsenali del gruppo, ha reso noto l’esercito di Ankara.

La notizia è stata divulgata dall’esercito turco nella giornata di domenica 11 novembre. Il raid aereo, condotto nella giornata di sabato 10 novembre, ha preso di mira una regione denominata Avasin e situata nel nord dell’Iraq. “14 membri armati dell’organizzazione terroristica separatista, i quali stavano preparando un attacco contro basi militari, sono stati neutralizzati. Armi, rifugi e arsenali sono stati distrutti”, recita il comunicato militare di Ankara.

Con il termine “neutralizzare” il governo turco fa riferimento all’uccisione, alla cattura o al ferimento dei militanti nemici. La dichiarazione si riferisce al Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il PKK, che rappresenta la principale organizzazione militante dei curdi in Turchia. Il gruppo concerta insurrezioni ai danni delle autorità statali sin dagli anni Ottanta, e ha orchestrato insurrezioni e attacchi violenti per 30 anni nella regione sud-orientale della Turchia, a maggioranza turca, causando la morte di circa 40mila persone.  Il PKK è stato pertanto proscritto dal Paese ed è attualmente considerato da Ankara, come anche dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, illegale e di matrice terroristica.

Negli ultimi mesi, la Turchia ha condotto, a più riprese, attacchi contro le basi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan nell’Iraq settentrionale, soprattutto nella roccaforte situata tra le montagne Qandil, e ha recentemente iniziato a bombardare anche posizioni del gruppo nella Siria settentrionale. Tuttavia, in seguito alle elezioni avvenute nel mese di giugno, sono scemate le preoccupazioni inerenti all’ipotesi di una massiccia offensiva via terra contro la regione incriminata. Le violenze e le aggressioni si sono intensificate profondamente nella regione turca sud-orientale a maggioranza curda sin da quando è crollato il cessate-il-fuoco, nel 2015, e il governo ha condotto ripetutamente operazioni su larga scala per catturare i militanti del gruppo sia sul territorio iracheno sia su quello nazionale.

Mercoledì 31 ottobre, la Turchia aveva bombardato i villaggi di Selim e Kor Ali a ovest di Kobane, i quali si trovano nella regione curda della Siria settentrionale. Tale offensiva aveva fatto seguito alla promessa fatta dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, il giorno prima, con la quale il capo di Stato giurava di distruggere le milizie curde a est del fiume Eufrate. “Calpesteremo i gruppi terroristici con operazioni più efficaci. Abbiamo terminato tutti i preparativi, i piani e il programma relativo al problema” aveva dichiarato il leader turco, il 30 ottobre, aggiungendo che la Turchia non può “guardare al futuro con fiducia senza risolvere la questione siriana” e di conseguenza abbatterà tutti i nidi del terrore presenti sul lato orientale dell’Eufrate. L’assalto del 31 ottobre era il secondo in 4 giorni diretto contro posizioni curde in Siria. Ankara aveva altresì sparato proiettili di artiglieria contro le milizie dell’Unità di Protezione Popolare (YPG) curde siriane posizionate sulle rive orientali dell’Eufrate, nella regione di Kobane, nel nord della Siria, già domenica 28 ottobre.

All’inizio del mese, nella giornata di sabato 6 ottobre, Erdogan aveva giurato che  avrebbe “finito” i militanti curdi nelle regioni irachene di Sinjar e Qandil per vendicare la morte di 8 soldati turchi, rimasti uccisi in un attacco-bomba avvenuto nella Turchia sud-orientale.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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