Tunisia: prolungato stato di emergenza fino al 6 dicembre

Pubblicato il 7 novembre 2018 alle 18:31 in Africa Tunisia

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Il presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, ha esteso lo stato di emergenza fino al 6 dicembre. La notizia, annunciata martedì 6 novembre, è stata presa in seguito a consultazioni con il premier Youssef Chahed in merito alla situazione di sicurezza del Paese.

Tale provvedimento segue l’attacco terroristico del 29 ottobre a Tunisi, dove la 30enne Mona Guebla si è fatta saltare in aria nei pressi di un posto di blocco di polizia lungo la via Habib Bourguiba, ferendo 15 agenti e 2 adolescenti. Si è trattato del primo attentato terroristico del genere da quelli che colpirono il Paese nel corso del 2015. Ad avviso delle autorità tunisine, tuttavia, si è trattato di un episodio isolato, dal momento che la donna non era presente su nessuna delle liste dei sospettati estremisti.

L’attacco e l’estensione dello stato di emergenza sono avvenuti in un momento in cui il premier tunisino sta attuando cambiamenti in seno governo, a fronte della crescente pressione da parte delle altre forze politiche. È previsto che Chahed cambi almeno 6 portafogli, tra cui quello di Turismo, Energia, Salute e Trasporti, mentre non saranno toccati il Ministero dell’Interno, della Difesa, degli Affari esteri e delle Finanze.

Alla fine di settembre, il presidente Essebsi aveva annunciato la fine dell’alleanza tra il suo partito laico Nidaa Tounes, e gli islamisti moderati di Ennahda, approfondendo le divisioni all’interno della fragile coalizione di governo. Secondo alcuni analisti, la decisione del presidente potrebbe ostacolare l’attuazione delle riforme economiche volute dai partner internazionali che hanno fornito soldi a Tunisi, per rimettere in piedi l’economia tunisina.

Nonostante la coalizione governativa stesse facendo i conti con l’inflazione e la disoccupazione, era riuscita a far compiere alla Tunisia quella che è riconosciuta come l’unico successo democratico della Primavera Araba, evitando che il Paese nordafricano andasse incontro alle stesse sorti di Egitto, Libia e Siria. Nel 2014, Ennahda e Nidaa Tounes concordarono una Costituzione che conferisse ampi diritti politici e limitasse il ruolo della religione, permettendo l’organizzazione di elezioni libere. Tuttavia la Tunisia è andata incontro ad una nuova crisi politica nel corso dell’anno passato, da quando il figlio di Essebsi, leader di Nidaa Tounes, a luglio, ha chiesto le dimissioni del, accusato di non essere riuscito a rialzare l’economia della Tunisia. Nonostante ciò, il partito Ennahda si è schierato in supporto al premier tunisino, sostenendo che la sua dimissione avrebbe avuto effetti negativi sulla stabilità del Paese.

Dal rovesciamento di Zine al-Abidine Ben Ali, nel 2011, 9 diversi gabinetti non sono riusciti a diminuire l’inflazione e la disoccupazione in Tunisia. La prima ha toccato il livello record del 7.7% ad aprile 2018, con la moneta tunisina caduta a picco e le importazioni alimentari sempre più costose. Chahed spinge per rinnovare le imprese statali in perdita, ma è ostacolato dal potente sindacato UGTT, che non condivide la sua politica. 

Lo stato di emergenza è stato proclamato per la prima volta il 24 novembre 2015 in seguito a una serie di attacchi rivendicati dall’ISIS. Il 18 marzo dio quell’anno, due giovani tunisini armati di kalashnikov entrarono nel museo del Bardo, a Tunisi, dove uccisero 24 persone, di cui 20 turisti, 4 dei quali italiani. Successivamente, il 26 giugno, un militante armato dello Stato Islamico fece irruzione presso un resort di Port El Kantaoui, a 10 km da Susa, uccidendo 37 persone. Il 24 novembre 2015, invece, un autobus con a bordo le guardie presidenziali tunisine esplose, causando la morte di 12 ufficiali, sempre per mano dell’ISIS. Da allora, lo stato di emergenza è stato prolungato diverse volte, di cui la penultima lo scorso maggio. Tale condizione conferisce alle forze di sicurezza poteri eccezionali, come quello di bandire le riunioni, gli scioperi e tutte le altre attività che potrebbero causare disordini. Tra le misure sono incluse alcune direttive che permettono alle forze di sicurezza di prendere il controllo della stampa.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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