Calcio e guerra in Israele

Pubblicato il 2 novembre 2018 alle 7:32 in Israele Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

In Israele neanche lo sport sfugge al conflitto e gli spalti degli stadi raccontano decenni di divisioni politiche, etniche e religiose. 

I tifosi del Beitar Jerusalem alzano i pugni in aria, che rimangono sospesi per alcuni secondi e poi vengono spinti in avanti, al grido: “Hamesh!”. Urlano “cinque”, in ebraico. Rispondono in coro gli altri sostenitori della squadra, sulla terrazza nord. “Quattro!”, gridano. Sempre più fan si alzano dai loro posti per partecipare al conto alla rovescia, le grida aumentano ad ogni cifra finché l’intero stadio, con i pugni rivolti verso la folla di altri tifosi, di fronte a loro, urlano insieme: “Milhama! Milhama! Milhama!”. Guerra! Guerra! Guerra! I fan Beitar Jerusalem sono famosi per la loro abitudine di intimidire gli avversari con abusi aggressivi, spesso razzisti, scrive Tobias Buck, sul Financial Times. Sulle pagine del quotidiano americano, Buck racconta una delle partite più sentite e più politiche del campionato israeliano. Il Beitar sta per affrontare l’Hapoel Tel Aviv, il suo rivale più odiato, una squadra che sta per tutto ciò che gli ultras del Beitar detestano. Lo stadio di casa dell’Hapoel, a Tel Aviv, è a meno di un’ora di distanza da Gerusalemme, ma in termini sociali, etnici, politici e religiosi potrebbe essere su un altro pianeta. “Questo”, dice uno dei tifosi a Tobias Buck, “va ben oltre il calcio”.

Tel Aviv è il centro economico di Israele, una città costiera benestante, laica e di sinistra, il luogo in cui gli israeliani amano divertirsi e rilassarsi. Gerusalemme, invece, è il centro politico e spirituale del Paese, ed è anche il luogo in cui il conflitto tra israeliani e palestinesi è più acuto. Una città di antica bellezza, Gerusalemme è un posto dove il nazionalismo va di pari passo con l’intolleranza. Ciò che distingue Hapoel e Beitar, tuttavia, è la politica e l’etnia. Beitar è il portabandiera sportivo della destra israeliana, l’Hapoel è orgogliosamente di sinistra. La squadra di Gerusalemme è sostenuta da israeliani di origine Mizrahi, ebrei arrivati in Israele dai paesi del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale. Per i tifosi del Beitar, l’Hapoel è una squadra di Ashkenazi, un club fondato e sostenuto da ebrei di estrazione europea, specialmente provenienti dall’Europa orientale.

Il divario tra questi due gruppi è solo un esempio delle molte divisioni che caratterizzano la società israeliana. Sugli spalti degli stadi di calcio le vecchie rivalità tra sinistra e destra, arabi ed ebrei, Mizrahim e Ashkenazim, religiosi e profani raggiungono i massimi livelli. Le divisioni calcistiche rappresentano buona parte delle innumerevoli sfaccettature della società israeliana. Come già accennato, il Beitar è la squadra che rappresenta maggiormente la destra radicale, molti politici stessi ne sono fan. Il club, che riconduce le sue radici storiche al partito nazionalista Herut, rifiuta ancora oggi di schierare giocatori arabi e i suoi sostenitori sono noti per i cori razzisti nei confronti della popolazione araba. Sul fronte totalmente opposto del campionato israeliano, per posizioni quanto per vittorie, c’è il Bnei Sakhnin, un piccolo club proveniente da un’altrettanto piccola città nel nord di Israele. Il Bnei Sakhnin è la squadra araba più importante nella prima divisione del Paese. Nel 2004, ha segnato il suo più grande successo fino ad oggi, vincendo la finale della Coppa di Stato israeliana e scatenando il giubilo tra il milione di palestinesi che vive dentro Israele.

L’Hapoel Tel Aviv è invece il portabandiera della sinistra israeliana. La squadra tende ad avere, inoltre, un forte seguito tra la minoranza palestinese israeliana. È stato l’ultimo club a tagliare i legami formali con la politica, in questo caso con il movimento sindacale e il partito laburista. Tuttavia ancora oggi, durante le partite in casa, i tifosi mostrano striscioni con il volto di Che Guevara. Il Maccabi Tel Aviv, invece è il campione perenne di Israele, che vanta la più grande base di fan e il più alto numero di coppe di ogni squadra del Paese. Il club gioca in blu e giallo e ha sostenitori di ogni tipo nel Paese, una volta associato al partito liberale sionista, ha da tempo interrotto qualsiasi legame politico. Infine, il Maccabi Haifa ha avuto un gran successo negli ultimi anni. Il club proviene da una città con una minoranza palestinese insolitamente grande. Il team è supportato da entrambe le comunità e mette in campo da sempre, e con ottimi risultati, alcuni tra i migliori giocatori arabi del Paese.

Le divisioni di tifoseria rappresentano divisioni geografiche in tutto il Paese. I quartieri popolati da gli ebrei Mizrahi, negli anni del dopoguerra, quando molti ebrei si trasferirono in Israele da tutto il mondo, tendevano a sostenere il Beitar e praticamente tutti sostenevano il partito Herut, il gruppo nazionalista di destra guidato da Menachem Begin, il futuro primo ministro. La vittoria elettorale di Begin nel 1977 e la vittoria della prima coppa di Beitar nel 1976 si fondono in un’unica storia per molte di queste persone. La destra estrema israeliana, nelle convinzioni politiche, è ferma come nella fede calcistica. Secondo quanto racconta ancora Tobias Buck, la maggior parte di questi crede nel diritto di Israele non solo alle terre che attualmente costituiscono i Territori Palestinesi occupati, ma anche all’altra sponda del fiume Giordano, cioè all’attuale regno hashemita di Giordania. “La soluzione a questo conflitto sarà attraverso la guerra”, spiega un tifoso del Beitar, “ci sarà una grande guerra, molti Paesi saranno coinvolti, e poi, forse, ci sarà il silenzio”.

Giocare a calcio in Israele è stata, fin dall’inizio, un’attività politica. I primi club sionisti, fondati più di 20 anni prima della creazione dello stato di Israele, che risale al 1948, furono formati come propaggini dei principali movimenti politici. Fino ad oggi, la maggior parte dei club di prima divisione continua a trascinarsi, in un modo o in un altro, l’ideologia fondatrice e una sorta di fedeltà al proprio partito: le squadre che portano il nome Hapoel sono state fondate dal movimento socialista, oggi rappresentato dal partito laburista israeliano. Il Beitar era parte a sua volta del partito nazionalista Herut e i suoi fan oggi, in genere, supportano il partito Likud del presidente Benjamin Netanyahu. Iddo Nevo, uno scienziato politico che studia i legami tra calcio e società, spiega il grado in cui i fondatori di Israele erano bloccati in una dimensione continuamente politica. “Le persone dovevano tutto al loro movimento politico: i loro giornali, i loro servizi medici, i loro alloggi e anche la loro squadra di calcio. Se facevi parte del movimento laburista, la tua squadra era Hapoel”. Era lo stesso per i giocatori. “Se giocavi per l’Hapoel Tel Aviv, potevi essere comprato dall’Hapoel Haifa o dall’Hapoel Jerusalem, ma mai a Beitar Jerusalem”.

Questa rigida divisione durò fino agli anni ’70, ma alla fine tutte le squadre tagliarono i loro legami diretti con i partiti politici. L’Hapoel Tel Aviv è durato più a lungo e ha interrotto formalmente i suoi legami con il sindacato di Histadrut solo alla fine degli anni ’90. Ma, come per la maggior parte delle altre squadre israeliane, l’identità sociale e politica del club continua a vivere, insieme alle divisioni nel Paese, insieme alla guerra, fuori e dentro gli stadi.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.