Repressione in Cina: un ricorso storico?

Pubblicato il 1 novembre 2018 alle 8:43 in Asia Cina

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La Cina sta cambiando velocemente, nel bene e nel male. Alcuni dei cambiamenti in corso, però, somigliano a un ricorso storico in cui metodi e strumenti del passato – dell’era maoista in particolare – fanno ritorno sotto forme alle volte diverse, altre identiche. Quali sono le ragioni dietro alla riapparizione di campi di rieducazione, della limitazione delle libertà anche nelle regioni più autonome – come Hong Kong – e dell’inasprimento della repressione interna al Paese? Sono essenzialmente due: una di matrice economica, l’altra legata all’attuale assetto internazionale.

Nell’ultimo anno, circa un milione di musulmani uiguri sono stati rinchiusi nei circa 180 campi di rieducazione sparsi per tutta la provincia occidentale del Xinjiang, senza accuse formali a giustificarne la detenzione. Poiché di detenzione non si tratta”, secondo le autorità di Pechino. Sono, invece, campi per la “formazione professionale“creati al fine di combattere le infiltrazioni di ideologie estremiste islamiche e la diffusione del terrorismo religioso nella regione. Diverse sono le notizie riportate dall’Onu e dagli osservatori per i diritti umani che parlano di serie violazioni delle libertà personali e di programmi di vero e proprio ri-indottrinamento.

Ad Hong Kong, un partito politico – fondato dai giovani ex studenti leader del movimento democratico noto come Rivoluzione degli Ombrelli del 2014 – è stato dichiarato fuorilegge. L’isola ex colonia britannica che dal “ritorno alla patria”, ovvero alla sovranità cinese nel 1997, gode di uno status speciale grazie al principio “un Paese e due sistemi” che ne tutela alcune libertà democratiche, tra cui la libertà di espressione, sta vivendo un momento in cui il controllo delle autorità centrali di Pechino si sta rafforzando e i movimenti pro-democrazia vengono banditi come “sovversivi e indipendentisti, non violenti ma non migliori dei terroristi”. Inoltre, il governo di Pechino ha deciso che le leggi del Continente – che finora non sono state applicate ad Hong Kong dove vige, invece, la Basic Law, una sorta di costituzione basata sulla Common Law di stampo britannico – venissero applicate nella nuova stazione per la ferrovia ad alta velocità di West Kowloon, in collegamento diretto con il continente.

I giornalisti stranieri che giungono a Pechino sanno che i loro visti potrebbero essere ritirati se il loro lavoro diventa scomodo per le autorità centrali, ma questo non è mai stato il caso di Hong Kong, finora, quando al giornalista del Financial Times, Victor Mallet, è stato revocato il visto senza spiegazioni. Quella più plausibile sembra essere stata la partecipazione di Mallet, come moderatore, ad un forum organizzato dai leader del partito pro-democrazia dichiarato fuori legge, lo Hong Kong National Party.

Gli insegnanti in una Città portuale del sud del Paese, Xiamen, a settembre hanno dovuto consegnare i loro passaporti perché le autorità potessero controllarne i movimenti ed è stato proibito loro di lasciare il Continente e raggiungere la vicina Hong Kong prima della Festa Nazionale del 1° ottobre.

Un dissidente politico pro-democrazia, il premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, è morto durante la detenzione e gli è stata negata la possibilità di lasciare la Cina per ricevere cure mediche all’estero. Mentre il capo dell’Interpol, al suo ritorno in Patria, è scomparso, per riapparire, giorni dopo, sotto custodia governativa accusato di corruzione.

Le autorità centrali di Pechino stanno tentando di portare avanti una politica di indottrinamento culturale in Xinjiang per evitare, ad esempio, che vengano utilizzati nomi collegati all’Islam per i neonati. Tale pratica è stata ora estesa anche alla vicina provincia del Ningxia – anch’essa vanta una minoranza islamica importante – dove l’approccio finora era stato più morbido.

Se si vedono tutti questi fenomeni come tanti punti lungo una linea, è facile tracciarla e vedere un’immagine della Cina sotto il presidente Xi Jinping diversa dal solito. Mentre si muove in avanti dal punto di vista economico e tecnologico, infatti, il Dragone sembra, sotto altri aspetti, tornare alle metodiche repressive del passato.

Lo Stato centrale sembra voler rispondere allo scontento e alle tensioni politiche con quei metodi e strumenti repressivi che sembrava aver iniziato ad abbandonare, secondo l’analisi di Foreign Affairs, in una sorta di ricorso storico che riporta all’era maoista.

Xi Jinping, di certo, non è Mao Zedong. Se quest’ultimo ricorreva ai momenti di massa per mantenere il controllo, Xi Jinping enfatizza la stabilità e l’ordine. Mao Zedong condannava Confucio e la filosofia classica, mentre Xi Jinping esalta i valori confuciani tradizionali che fondano il pensiero cinese. Nonostante ciò, i campi di rieducazione – diffusi in Cina durante gli anni ’50 e ’60 e utilizzati per allineare al pensiero comunista gli “intellettuali” del Paese – riappaiono. I prigionieri politici, a cui negli anni ’50 non era permesso lasciare il Paese per ricevere cure, ottennero questo diritto negli anni ’90 nell’era di Deng Xiaoping e ora sembrano averlo perso nuovamente. Alcuni dei limiti al potere del Segretario Generale del Partito Comunista Cinese – carica che coincide con quella del Presidente della Repubblica – posti dai predecessori di Xi Jinping per evitare derive simili a quelle dell’ultima fase dell’epoca maoista, sono stati rimossi durante l’ultimo Congresso del PCC.

Non da ultimo, alcune delle tecniche con echi del passato che prima venivano utilizzate solo in regioni di frontiera considerate particolarmente ostiche – come il Xinjiang o il Tibet – vengano ora estese a zone come il Ningxia o a una regione che gode di uno statuto special come Hong Kong.

Quali sono, dunque, le ragioni alla base di questo ricorso storico nella traiettoria dello sviluppo cinese?

Sono principalmente due: una di matrice economica e l’altra legata all’assetto internazionale.

I cambiamenti economici per la Cina ha vissuto negli ultimi quarant’anni – da quando, nel 1978, l’allora presidente Deng Xiaoping propose al Congresso del Partito la politica di “Riforme e Apertura” – hanno segnato profondamente il Paese. Il rallentamento del ritmo di crescita degli ultimi anni – passato dalle due cifre dell’inizio degli anni duemila al 6,5%/7% delle previsioni attuali – ha portato il Partito Comunista Cinese a dover trovare nuove spiegazioni per giustificare il suo diritto al potere. Spiegazioni che Pechino ha cercato nei temi di nazionalismo etnico e orgoglio nei risultati raggiunti dall’etnia Han – l’etnia maggioritaria in Cina, secondo gli analisti di Foreign Affairs. Per questo, le minoranze etniche non allineate a questa retorica sono soggette alle misure repressive più dure.

La seconda ragione riguarda l’attuale assetto internazionale. Se in passato i leader cinesi hanno portato avanti delle piccole misure volte alla liberalizzazione per evitare il rifiuto da parte degli altri Paesi, degli investitori stranieri e delle organizzazioni internazionali e le recriminazioni sulle questioni legate ai diritti umani, ora le cose sono cambiate.

Xi Jinping e il suo governo sono meno preoccupati del giudizio esterno rispetto al passato. Sono fiduciosi che l’attuale importanza strategica e la ricchezza economica che la Cina ha generato negli ultimi 40 anni possano limitare qualsiasi pressione esterna sulle metodiche utilizzate dentro ai confini nazionali. Inoltre, l’attuale stato di caos tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, fa sì che i leader di Pechino siano convinti di poter andare avanti per la loro strada senza doversi preoccupare troppo del giudizio altrui.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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