I tagli alle tasse di Trump incoraggiano i consumi ma non stimolano gli investimenti

Pubblicato il 31 ottobre 2018 alle 11:25 in USA e Canada

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L’economia americana sta crescendo, ma le ragioni della crescita non sono quelle prospettate dall’amministrazione Trump. È quanto afferma Matt O’Brien in un articolo pubblicato sul Washington Post, in cui spiega che, in base a quanto emerge dai dati relativi al PIL, non sembra che i tagli alle tasse stiano incoraggiando il tipo di investimenti che avrebbero dovuto favorire. Gli investimenti fissi non residenziali sono aumentati solamente dello 0,8% nel terzo trimestre dell’anno e questo ha incrementato la crescita, stimata ad uno 3,5%, di solo 0,12 punti percentuali.

Una prima spiegazione di questo fenomeno può essere ricollegata, come fa notare l’ex consigliere di Obama Jason Furman, al recente calo del -12% annuo nel terzo trimestre del 2018 di investimenti nel petrolio. Tali investimenti avevano invece vissuto un’impennata in tempi recenti, pari al +55% annuo nel 2017 e nel primo semestre del 2018. Tuttavia, è il totale degli investimenti che sta crescendo con ritmi poco incoraggianti, e non solo nel settore petrolifero.

‘O Brien spiega che, se da un lato gli investimenti non forniscono un’idea chiara della situazione, dall’altro lato dovremmo analizzare i consumi. I tagli alle tasse stanno infatti creando un boom del consumo privato, che è salito al 4% nel terzo trimestre ed ha aumentato la crescita complessiva del paese di 2,7 punti percentuali.

Il quadro complessivo dunque, continua O’Brien,è quello di un’economia con una crescita che si attesta intorno al 3%, grazie agli stimoli di breve termine che vengono iniettati nel tessuto economico tramite il taglio delle tasse. La mancanza di un piano di investimenti che modifichi il comportamento di lungo periodo delle aziende, però, riporterà la crescita intorno al 2% – 2,5% precedente alla manovra. I tagli alle imposte sul reddito delle società non sono riusciti ad attirare gli investimenti esteri negli Stati Uniti come prospettato dall’amministrazione Trump. La manovra avrebbe probabilmente avuto successo maggiore in una piccola economia aperta rispetto ad un colosso come quello statunitense, che sta tra l’altro vivendo un periodo di maggiore chiusura ai mercati esteri.

Le prospettive economiche del Paese non sono comunque preoccupanti, e potrebbero mostrarsi più rosee nel corso del 2019, anno in cui il momentum economico sarà al suo picco. Tale ipotesi potrà essere verificata osservando le vendite finali ai consumatori privati, valore che, sottraendo le esportazioni e aggiungendo le importazioni alle vendite finali di un paese, mostra la domanda totale di beni e servizi da parte dei residenti americani. Tale termine esclude tra l’altro dal PIL le componenti più volatili, tra cui la spesa governativa e le giacenze, consentendo di avere un’idea più pulita della forza economica del Paese.

A prescindere dai singoli risultati, però, quello che emerge dai dati, spiega l’autore, è un quadro economico più ampio in cui ciò che viene a mancare è una visione di lungo periodo: la manovra economica, fondandosi su un taglio delle tasse e non su un piano di investimenti, ha portato ad un aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. L’incremento è tale che, in assenza di un aumento spropositato degli investimenti, l’effetto finale della manovra potrebbe essere pari a zero.

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di Redazione

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