Brasile: come cambia la politica estera con Bolsonaro

Pubblicato il 31 ottobre 2018 alle 6:01 in America Latina Brasile

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L’elezione di Jair Bolsonaro alla guida del Brasile rappresenta un’assoluta novità nel panorama latinoamericano. Mai, dai processi detti “di ridemocratizzazione” degli anni ’80 che significarono il quasi contemporaneo ritorno alla democrazia in tutto il continente, la destra radicale aveva conquistato la guida di un paese del Sud America. Il Brasile, inoltre, non è un paese qualsiasi: è la quarta democrazia e la sesta economia più grande del mondo, membro del gruppo dei paesi emergenti BRICS con Russia, India, Cina e Sudafrica, principale partner commerciale di gran parte dei paesi della regione. A questo bisogna aggiungere che, su 396 milioni di sudamericani, 201 milioni sono brasiliani.

Al centro dell’attenzione è la politica estera del neoeletto presidente, e in particolare le relazioni con Stati Uniti, Venezuela, Argentina e Cina. Fino a pochi anni fa il Brasile era considerato il modello da seguire per i paesi emergenti e in particolare per l’America Latina. Erano gli anni di Lula e della sinistra latinoamericana trionfante, prima degli scandali di corruzione che avrebbero travolto l’ex presidente, ora in carcere, i governi del Partito dei Lavoratori e anche alcuni alleati regionali. Su tali scandali Bolsonaro ha costruito la propria vittoria elettorale, tanto da aver offerto il ministero della giustizia a Sergio Moro, il magistrato che ha indagato e smascherato la trama di corruttele.

Bolsonaro forse non sarà il “Trump dei tropici” come lo ha definito qualcuno, ma pochi politologi dubitano del fatto che le relazioni tra Washington e Brasilia miglioreranno, almeno nel breve periodo. 

Per quanto riguarda il Venezuela, in campagna elettorale Bolsonaro ha criticato spesso la vicinanza che il Partito dei Lavoratori (PT) ha avuto con il regime di Chavez , anche se il supporto che Lula diede all’epoca a Hugo Chávez è ben diverso da quello offerto a Maduro da Dilma Rousseff anni dopo. È opinione diffiusa che Bolsonaro interromperà qualsiasi tipo di rapporto con il chavismo venezuelano e si allineerà ad altri governi, come quello del conservatore del colombiano Iván Duque. Nel frattempo, dovrà far fronte alla crisi migratoria dei venezuelani che cercano rifugio in Brasile, anche perché a Roraima, lo stato di frontiera con il Venezuela, il 70% dei cittadini ha votato per lui. 

La vittoria di Bolsonaro preoccupa l’Argentina, in piena crisi economica, e l’Uruguay, partner di Brasilia nel Mercosur. Bolsonaro è favorevole ad accordi commerciali paese per paese, e non blocco per blocco, il che rischia di rendere l’accordo UE-Mercosur, finora bloccato per le reticenze di vari paesi europei, la Francia su tutti, ancora più difficile. “Non faremo accordi ideologici come faceva il PT” – ha dichiarato Bolsonaro, non a caso il presidente argentino Macri, nonostante la distanza ideologica, aveva migliori relazioni con lo sconfitto Haddad.

Uno dei paesi che guarda più da vicino al Brasile al momento è la Cina, principale partner commerciale di Brasilia. “Pechino guarda all’ascesa di Bolsonaro con grande preoccupazione. Nessuno nella sua squadra è a conoscenza del costo politico della sua visita a Taiwan a marzo” –  spiega all’edizione latinoamericana del quotidiano El País, Oliver Stuenkel, professore di Relazioni internazionali presso la Getulio Vargas Foundation (FGV). Bolsonaro ha sempre sostenuto che la relazione commerciale con Pechino non è così conveniente come sembra, “la Cina non compra in Brasile, ma compra il Brasile” – è solito ripetere il nuovo presidente.

 

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Traduzione dallo spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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