Il governo Conte nel vortice della politica internazionale

Pubblicato il 29 ottobre 2018 alle 8:20 in Il commento Italia

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

Il governo Conte è stato eletto in una fase storica in cui la politica internazionale, che investe l’Europa, ha subito un’accelerazione. La variazione della velocità è stata determinata da almeno sette fattori: l’elezione di Trump, la brexit, l’ascesa delle forze sovraniste, la guerra siriana, l’invasione russa della Crimea, la crisi dei migranti e la crisi dei debiti sovrani.

La politica estera è diventata molto impegnativa.

La diplomazia italiana deve fronteggiare un sovraccarico “quantitativo”, nel senso che le crisi sono molte, e “qualitativo”, nel senso che sono molto delicate. Si deve inoltre aggiungere che, al di fuori dell’Europa, il governo Conte gioca non poche partite assai importanti.

La prima è rappresentata dalle trasformazioni che stanno investendo il Corno d’Africa, dove l’Italia ha forti interessi strategici che non può perdere di vista, nonostante l’urgenza delle questioni europee. Il Paese che ha richiamato le attenzioni del governo Conte è l’Etiopia, dove è in corso un processo di democratizzazione, accompagnato da un’impetuosa crescita economica. L’Etiopia ha registrato, negli ultimi anni, uno dei tassi di crescita più alti del mondo. Conte ne ha approfittato per recarsi ad Addis Abeba, l’11 ottobre scorso, dove ha incontrato il nuovo premier Abiy Ahmed. I due hanno firmato una serie di accordi commerciali. Con riferimento all’Etiopia, il governo Conte si pone in linea di continuità con il governo Gentiloni, il quale, il 15 settembre 2017, aveva firmato un accordo di cooperazione triennale – denominato “programma Paese Italia-Etiopia 2017-2019” – con il precedente governo etiope di Hailemariam Desalegn. L’accordo di Gentiloni prevedeva un contributo italiano di 125 milioni di euro, di cui 45 a dono e 85 a credito, per favorire lo sviluppo dell’Etiopia. Sotto il profilo dell’intensità politica vi è però differenza tra l’accordo di Gentiloni e quello di Conte. Il primo fu infatti firmato dall’allora ambasciatore d’Italia in Etiopia, Giuseppe Mistretta (quello attuale è Arturo Luzzi); il secondo è stato firmato da Conte ovvero dal premier italiano in persona.

La seconda partita è rappresentata dalla Libia, dove Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri, eredita una situazione che non può certamente dirsi fortunata. In Libia, vi sono due governi rivali. Il primo ha sede a Tobruk ed è appoggiato da Russia, Francia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Il secondo si trova a Tripoli ed è appoggiato soltanto dall’Italia. Qualcuno ama precisare che è appoggiato dall’Italia e dall’Onu, ma non è affatto così. L’appoggio dell’Onu è puramente formale e, pertanto, senza sostanza. È dimostrato dal fatto che Francia Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti fanno parte dell’Onu, ma appoggiano il governo di Tobruk. In Etiopia, il governo Conte ha ereditato una situazione vantaggiosa dal governo Gentiloni. Non può dirsi lo stesso con riferimento alla Libia. Il governo di Tobruk versa in una condizione di grande forza. Quello di Tripoli, invece, è grande soltanto per la sua debolezza, al punto che potrebbe essere rovesciato con relativa facilità, come abbiamo documentato copiosamente in questa rubrica.

Vi è infine la questione delle sanzioni del blocco occidentale contro la Russia, condannata per avere annesso la Crimea nel marzo 2014. Le imprese italiane ne ricevono un danno. La questione, cara a Matteo Salvini, è al centro degli interessi della commissione affari esteri del Senato, presieduta da Vito Rosario Petrocelli.

Il problema delle sanzioni è una sfida complessa per il governo Conte. Pochi giorni fa, le forze Nato, impegnate in un’impressionante esercitazione anti-russa, denominata “trident juncture 18”, hanno denunciato la presenza crescente di sottomarini da guerra russi negli oceani del Nord Atlantico e dell’Artico. La dichiarazione è del generale James Foggo, tra i massimi comandanti della Nato, il quale ha reso noto che la Russia ha mobilitato oltre 40 sottomarini da combattimento. Le sanzioni servono a indebolire l’economia russa affinché Putin abbia meno risorse da investire in un’eventuale offensiva, molto temuta, contro i Paesi Nato o amici della Nato. Se un Paese s’impoverisce, ha meno incentivi a scatenare una guerra. È la logica della contrapposizione, che il governo Conte vorrebbe sostituire con la logica della distensione.

È un rompicapo strategico. Alcuni governi europei ritengono che il ritiro delle sanzioni dovrebbe essere la conseguenza della distensione. Altri, invece, la premessa.

(Articolo apparso nella rubrica Atlante di Alessandro Orsini, domenica 28 ottobre 2018, riprodotto per gentile concessione del direttore de “il Messaggero”)

di Alessandro Orsini

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