Romania: Corte Costituzionale blocca modifiche del codice penale

Pubblicato il 26 ottobre 2018 alle 17:25 in Europa Romania

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La Corte Costituzionale rumena ha bloccato dozzine di modifiche del codice penale che erano state proposte dal partito socialdemocratico, alla guida della coalizione di governo del Paese. La decisione è arrivata giovedì 26 ottobre. La riforma era stata aspramente criticata dall’Unione Europea e dai magistrati rumeni, poiché i cambiamenti che essa propone erano stati visti come una minaccia all’indipendenza della magistratura e all’efficacia della lotta alla corruzione. In questo modo, la riforma giudiziaria ha accentuato ulteriormente le preoccupazioni di Bruxelles in merito ai valori democratici di alcuni dei suoi membri dell’Europa Orientale, come sottolineato da Reuters.

All’inizio del mese, la Corte Costituzionale rumena aveva già respinto circa il 70% degli emendamenti al codice di procedura penale che erano stati sottoposti al suo giudizio. Pertanto, sia la riforma del codice penale, che quella del codice di procedura penale, saranno oggetto di discussione in Parlamento.

Transparency International, un’organizzazione non governativa che si occupa di corruzione e classifica le nazioni basando i propri dati sulle interviste fatte agli imprenditori, ha dichiarato che la Romania è uno degli stati più corrotti nell’Unione Europea. Fin da quando il Paese è entrato a far parte dell’UE, nel 2007, Bruxelles ha tenuto sotto monitoraggio il suo sistema giudiziario. Il 3 ottobre, Frans Timmermans, il vice-Presidente della Commissione Europea, durante un dibattito sullo stato di diritto in Romania, ha chiesto alle autorità di Bucarest iniziare indagini al fine di evitare che le riforme giudiziarie portate avanti nel Paese abbiano un impatto negativo sull’indipendenza della magistratura e sull’efficacia della lotta contro la corruzione.

Mercoledì 25 ottobre, il ministro della Giustizia rumeno ha chiesto le dimissioni del procuratore generale, una figura di spicco dell’attività anti-corruzione all’interno del Paese, che era stato elogiato da Bruxelles per aver fatto luce su molte problematiche. I procuratori rumeni, negli ultimi anni, hanno intrapreso un’intensa lotta alla corruzione, arrivando perfino a condannare deputati, ministri e sindaci. Noto è il caso del leader del Partito Social Democratico Liviu Dragnea che, come riporta Reuters, ad oggi non può ricoprire la carica di Primo Ministro per via di una precedente condanna in un caso di brogli elettorali. L’agenzia di stampa britannica riporta inoltre che Drangea sia stato condannato dalla Corte Suprema, a luglio, ad una pena di 3 anni e mezzo per aver incitato altre persone a commettere abusi, ma il leader del partito Social Democratico ha impugnato la sentenza, negando le accuse.

È proprio l’attuale coalizione di Governo rumena, guidata dai socialdemocratici, che è intenzionata ad apportare alcune modifiche alla legislazione afferente al sistema giudiziario per decriminalizzare diversi reati legati alla corruzione, come spiega Reuters. I socialdemocratici hanno difeso le loro iniziative, affermando che l’obiettivo delle riforme è quello di allineare la legislazione domestica con quella della europea.

Il 19 ottobre, anche la Commissione di Venezia ha criticato le riforme della Romania in materia di diritto penale, sostenendo che queste indeboliscono la lotta alla corruzione, ai reati violenti e alla criminalità organizzata. La critica è arrivata tramite un comunicato stampa, con il quale l’organo consultivo del Consiglio d’Europa ha espresso la propria preoccupazione per il fatto che numerosi progetti di emendamento al codice penale e a quello di procedura penale in Romania “indeboliscono gravemente l’efficacia del suo sistema giudiziario” per combattere i suddetti reati. Il comunicato stampa contiene inoltre una raccomandazione alle autorità di Bucarest, a cui viene chiesto di procedere ad una rivalutazione delle modifiche proposte per entrambi i codici, con l’invito di presentare una proposta legislativa solida e coerente, e che tenga conto delle direttive espresse il 12 ottobre dalla Corte Costituzionale rumena, che aveva dichiarato l’incostituzionalità di oltre 60 articoli del disegno di legge.

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Cristina Lipari

di Redazione

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