NATO alla ricerca di sottomarini russi nell’Artico

Pubblicato il 26 ottobre 2018 alle 10:16 in NATO Russia

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In occasione dell’inizio di Trident Juncture 18, la più grande esercitazione militare organizzata dalla NATO dai tempi della Guerra Fredda, l’ammiraglio James Foggo, alla guida delle operazioni, ha reso noto che è stata riscontrata una presenza sempre crescente di sottomarini da guerra russi negli oceani del Nord Atlantico e dell’Artico. “Vogliono farci sapere della loro presenza e, ultimamente, stanno operando in numeri molto maggiori e in luoghi che non avevano mai esplorato prima”, ha spiegato Foggo con riferimento ai sottomarini russi.

Come spiega la CNN, Russia e Occidente hanno passato diversi momenti di tensione negli ultimi anni, tra l’avvelenamento dell’ex agente segreto russo Sergei Skripal in Inghilterra, le accuse di ingerenza russa nelle elezioni americane del 2016 e le sanzioni occidentali a Mosca dopo l’annessione della Crimea. Nonostante ciò, Foggo ha specificato che l’esercitazione in corso della NATO non rappresenta una minaccia verso Mosca, dal momento che le truppe dell’alleanza atlantica e quelle russe si trovano a più di 700 km di distanza. Inoltre, osservatori russi e bielorussi sono stati invitati a monitorare i lavori. “Voglio che siano presenti perché devono rendersi conto della forza della NATO”, ha spiegato l’ammiraglio.

Ad avviso di Foggo, la Russia dispone di oltre 40 sottomarini da combattimento, di cui più di 20 fanno parte della sua Flotta del Nord, la componente della Marina Militare Russa che si occupa della difesa delle acque del Nord-Ovest della Federazione. Per tracciare i movimenti di tali sottomarini, da mesi, gli aerei dell’alleanza atlantica stanno compiendo voli di ricognizione ogni giorno, partendo dalla base americana di Keflavik, in Islanda. Lo scorso gennaio, il ministro degli Esteri islandese, Thor Thordardos, riferì che i velivoli della NATO erano operativi nell’area del Circolo Artico, con frequenza crescente, per la prima volta da quasi 30 anni.

La base americana navale ed aerea in Islanda, stabilita nel 1951, era stata disattivata nel 2006, quando l’alleanza atlantica spostò la sua attenzione sull’Europa e sul Sud del Mediterraneo. Tuttavia, la minaccia posta dai sottomarini russi ha messo in guardia i militari americani, che hanno riportato i propri velivoli sull’isola. Secondo Foggo, tali sottomarini costituiscono un grattacapo per i leader della NATO, poiché i russi continuando ad investire nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione di qualsiasi tipologia di sommergibile da guerra.

Da parte sua, Mosca afferma che la sua flotta sottomarina sia soltanto difensiva, e che mira a salvaguardare la sicurezza della Russia. In occasione del Submarine Day, lo scorso marzo, il vice ammiraglio Oleg Burtsev, ex capo delle forze navali russe, ha spiegato l’importanza del rafforzamento della flotta sottomarina russa. “Dobbiamo assicurare la nostra prontezza di fronte a ogni possibile minaccia nemica da ogni direzione”, ha sottolineato Burtsev.

Nonostante ciò, Foggo ritiene che i sottomarini di nuova generazione russi siano altamente pericolosi. Tra i nuovi pezzi della classe Borei, che è il pilastro delle armi sottomarine russe, c’è una tipologia di apparecchi che rendono il sommergibile virtualmente silenzioso, capace di trasportare armi nucleari e di lanciare missili balistici. Oltre a questi, la Russia sta modernizzando anche vecchi modelli, per prolungare la loro permanenza sott’acqua e per potenziare le loro capacità nucleari e missilistiche. “Trasportano missili da crociera Kalibr, che sono in grado di raggiungere qualsiasi capitale europea da ogni luogo”, ha spiegato Foggo.

Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno spendendo 34 milioni di dollari per migliorare la base di Keflavik, che permetterà alla Marina statunitense di posizionare i propri sistemi di sorveglianza anti-sottomarini P-8 Poison. Nonostante tali apparecchiature siano avanzate, gli ufficiali americani ritengono che avranno difficoltà ad individuare i sottomarini russi. “L’oceano è grande, è come giocare a scacchi”, ha commentato il comandante Rick Dorsey, coordinatore tattico di uno delle unità P-8 che opera davanti all’Islanda.

Trident Juncture 18 costituisce l’esercitazione militare più grande mai compiuta dalla fine della Guerra Fredda, che include 50.000 membri del personale dell’alleanza atlantica, 65 navi, 250 velivoli e 10.000 veicoli inviati da tutti i 29 membri dell’alleanza, dalla Finlandia e dalla Svezia, in qualità di partner della NATO. La simulazione sta avendo luogo nei pressi della Norvegia centrale ed orientale, delle aree circostanti del Nord Atlantico e del Mar Baltico, compresa l’Islanda, e dello spazio aereo tra Finlandia e Svezia. Il suo obiettivo è quello di simulare uno scenario da articolo 5, in cui la NATO deve mobilitare le proprie forze per difendere uno Stato membro in seguito ad un’aggressione straniera. Il principio della difesa collettiva contenuto nell’articolo 5 stabilisce che ogni attacco contro un qualsiasi membro dell’alleanza viene considerato un attacco contro tutti gli alleati, che intraprenderanno le azioni che riterranno necessarie per assistere l’alleato colpito, nell’esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

In seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre, la NATO ha invocato l’articolo 5 per la prima volta nella sua storia e ha poi adottato misure di difesa collettiva in diverse occasioni, ad esempio, nel 1991, durante la guerra del Golfo, nel 2003, durante la crisi in Iraq, nel 2012, in risposta alla situazione in Siria, e dal 2014, in risposta alla questione ucraina.

I rapporti tra Mosca e l’alleanza atlantica sono peggiorati nel febbraio 2014, data dello scoppio del conflitto russo-ucraino, nell’ambito del quale la NATO si schierò in favore della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, condannando l’annessione della Crimea da parte della Russia. Il primo aprile 2014, la NATO decise di sospendere ogni cooperazione civile e militare con Mosca, lasciando aperti solo alcuni canali di comunicazione politici e militari. Dal momento che l’alleanza atlantica si basa su un principio fondamentale contenuto nell’articolo 5 del trattato, gli eventi del 2014 in Ucraina vennero percepiti dalla NATO come comportamenti aggressivi e provocatori da parte della Russia, contro un Paese che si trovava ai confini dell’area sotto la protezione dell’alleanza, ma che tuttavia non faceva parte dell’alleanza.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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