Onu: il genocidio dei Rohingya è ancora in corso

Pubblicato il 25 ottobre 2018 alle 19:24 in Asia Myanmar

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In Myanmar, il genocidio contro la minoranza musulmana dei Rohingya è ancora in corso. È quanto ha dichiarato l’Onu in un rapporto di 444 pagine presentato al Consiglio di Sicurezza, mercoledì 24 ottobre, chiedendo che il caso sia portato di fronte ad un tribunale internazionale.

Secondo quanto riferito dal presidente della UN Fact-Finding Mission in Myanmar, Marzuki Darusman, al di là delle uccisioni di massa, il conflitto in Myanmar ha compreso l’ostracismo della popolazione, la prevenzione delle nascite e la dispersione delle persone nei campi di sfollati. “È un genocidio continuo”, ha commentato Darusman, aggiungendo che l’intento di commettere un genocidio, dal report, può essere ragionevolmente dedotto. Il documento sostiene che i generali del Myanmar, tra cui il comandante capo Min Aung Hlaing, devono essere indagati e perseguiti per ciò che hanno commesso nello Stato di Rakhine.

Da parte sia, il governo di Naypyidaw ha sempre respinto tutte le accuse nei confronti del proprio esercito. “Abbiamo zero tolleranza verso le violazioni dei diritti umani e, dal momento che non abbiamo permesso alla missione dell’Onu di entrare in Myanmar, non accettiamo nessuna delle sue risoluzioni”, aveva chiarito a fine agosto il portavoce governativo, Zaw Htay, aggiungendo che il Paese asiatico possiede una commissione indipendente per smentire le false accuse mosse dalle agenzie dell’Onu e dalla comunità internazionale nei confronti del proprio esercito.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficialmente dal Myanmar e, per questo, è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Paese. Tali persecuzioni avevano subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto, quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya avevano attaccato alcune stazioni di polizia. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, circa 700.000 Rohingya avrebbero lasciato il Paese per rifugiarsi in Bangladesh a seguito dell’avvio dell’offensiva guidata dall’esercito nazionale. La gravità della situazione ha poi spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo è stato raggiunto nel gennaio 2018 e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar entro due anni.

Secondo quanto riferito dal report dell’Onu, nel corso del conflitto sono stati distrutti 390 villaggi da parte dell’esercito birmano, e sono stati uccisi più di 10.000 Rohingya. “Le condizioni in Myanmar non sono abbastanza sicure per il rimpatrio della minoranza musulmana, che rischierebbe solo di andare incontro a nuovi stermini di massa”, ha affermato Darusman. Mentre le potenze occidentali vogliono far luce sulla questione, la Russia e la Cina, che intrattengono relazioni amichevoli con il Myanmar, respingono tutte le accuse dell’Onu.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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