Campi di Rieducazione in Xinjiang: la visione della Cina

Pubblicato il 25 ottobre 2018 alle 10:32 in Asia Cina

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La Cina rilascerà alcuni detenuti musulmani presenti dai campi di detenzione della regione occidentale del Xinjiang quando avranno completato la loro “educazione de-estremizzante” entro la fine dell’anno, secondo quanto dichiarato da un leader dell’amministrazione regionale a difesa dell’ampio programma di internamento di massa che sta portando avanti in Xinjiang nei confronti della minoranza etnica uigura.

Di fronte alle crescenti critiche della comunità internazionale per la presunta presenza di veri e propri campi di rieducazione e dopo diverse settimane di silenzio, il numero 2 dell’amministrazione provinciale cinese del Xinjiang, Shohrat Zakir, ha spiegato il programma di rieducazione in atto.

Secondo l’articolo comparso sull’agenzia di stampa ufficiale del governo cinese Xinhua, il programma di detenzione sarebbe il frutto dell’impegno dell’amministrazione provinciale del Xinjiang per ridurre le infiltrazioni di estremisti religiosi nel tessuto sociale e per fornire a coloro che sono stati influenzati dalle ideologie estremiste un’educazione lecita e una formazione professionalizzante all’interno di strutture “umane e orientate alle persone”, in un’area della regione in cui la povertà è molto diffusa e le correnti fondamentaliste religiose si stanno spargendo a macchia d’olio.

Molti governi occidentali e i gruppi di attivisti per i diritti umani, nonché le Nazioni Unite, stimano che nelle “strutture” per la rieducazione siano detenuti circa un milione di persone – quasi tutti membri delle minoranze etniche di fede musulmana – in una rete di veri e propri campi di rieducazione. Secondo testimonianze dirette raccolte dal Washington Post dai centri sostenute dalle immagini satellitari cinesi e dalle relazioni degli ufficiali cinesi, i campi più che mirare a fornire corsi di formazione, tentano di cancellare il senso di appartenenza ed identità etnica e religiosa dei detenuti attraverso un sistema di ripetizioni, confessioni ed esercitazioni forzate.

Le autorità cinesi, di fronte a queste accuse, sono passate dalla negazione totale dell’esistenza dei campi a una fase di velata difesa dei programmi di rieducazione che nelle ultime settimane è diventata un vero e proprio tentativo di far passare la prospettiva cinese del progetto. Secondo Pechino, infatti, i campi sono necessari per educare la fiera popolazione del Xinjiang composta da quasi 10 milioni di uiguri sparsi su una superficie che è la metà di quella dell’India.

“Grazie alla formazione professionale e all’educazione, il tessuto sociale del Xinjiang ha visto cambiamenti significativi, con la creazione di un’atmosfera sana e la diminuzione delle pratiche improprie”, ha affermato il rappresentante dell’amministrazione provinciale Zakir, membro egli stesso della minoranza etnica uigura.

Negli ultimi 10 anni, il Xinjiang, una delle regioni più vaste della Cina occidentale, ha vissuto una serie di attentati terroristici con esplosioni ed accoltellamenti per cui le autorità cinesi reputano responsabili gli estremisti uiguri. Tra il 2013 e il 2015, i militanti islamici in Siria hanno inviato messaggi a tantissimi abitanti del Xinjiang chiedendo loro di lasciare quelle zone e di unirsi alla loro causa in Medio Oriente.

La diffusione dell’estremismo islamico ha causato la preoccupazione delle autorità centrali di Pechino che considerano il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso come i “tre mali” da estirpare e hanno avviato un meccanismo di sorveglianza digitalizzata combinato a un sistema di rieducazione che è stato avviato nel 2017. Finora sono stati pochissimi i detenuti ad essere autorizzati a lasciare i campi di rieducazione, ma Zakir ha affermato che saranno molti gli studenti a completare il percorso di formazione e a poter lasciare le strutture entro la fine dell’anno, senza però fornire numeri precisi.

Il rappresentante dell’amministrazione provinciale del Xinjiang ha negato qualsiasi forma di maltrattamento ai danni dei detenuti e ha descritto le strutture come aree libere in cui è possibile guardare la televisione, ascoltare la radio, praticare sport per coloro che erano prima sotto l’influenza negative del fondamentalismo islamico.

All’intervista a Shohrat Zakir è seguito anche un video reportage trasmesso sulla tv di stato cinese, la CCTV, in cui la vita nei campi di rieducazione veniva dipinta come rosea e in cui giovani uiguri affermavano di aver avuto l’occasione di sviluppare abilità che non avevano in precedenza grazie alla formazione professionale.

Secondo Maya Wang, esperta di Cina di Human Rights Watch che ha seguito da vicino le vicende del Xinjiang, la prospettiva cinese secondo cui il sistema di educazione è a vantaggio dei detenuti “serve solo per privare i detenuti delle tutele procedurali di base previste dal sistema giuridico cinese, come l’accesso a un legale”.

La linea ufficiale di Pechino serve, secondo la Wang, per rispondere alle molte news e analisi apparse sulla stampa internazionale che condannano i campi di rieducazione politica e la repressione in corso in Xinjiang.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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