L’Australia potrebbe riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele

Pubblicato il 16 ottobre 2018 alle 9:24 in Australia Israele

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Il primo ministro australiano, Scott Morrison, sta considerando l’ipotesi di seguire le orme del presidente americano, Donald Trump, e riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Lo ha riferito Morrison al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, durante un colloquio telefonico, secondo quanto riportato dal quotidiano Time of Israel, la sera di lunedì 15 ottobre. Netanyahu ha informato altresì che Morrison vorrebbe spostare l’ambasciata australiana da Tel Aviv a Gerusalemme. Tale possibilità era già stata anticipata da Morrison durante una conferenza stampa a Canberra. “Non è ancora stata presa una decisione, ma il governo è disposto a spostare l’ambasciata”, aveva affermato il premier australiano, aggiungendo che nel corso dei prossimi mesi avrebbe conferito con gli altri membri di gabinetto e con i leader internazionali. Nonostante tali intenzioni, Morrison ha confermato che l’Australia è favorevole alla soluzione a due Stati, precisando che il riconoscimento di Gerusalemme e l’eventuale spostamento dell’ambasciata sono questioni separate.

Se l’Australia confermasse queste mosse, sarebbe il terzo Paese al mondo ad a trasferire la propria missione diplomatica a Gerusalemme, dopo Stati Uniti e Guatemala. Anche il Paraguay aveva deciso di seguire Trump, ma il nuovo presidente, Mario Abdo Benítez, in carica dallo scorso 15 agosto, ha revocato la mossa a inizio settembre, ritrasferendo l’ambasciata a Tel Aviv.

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele costituirebbe un cambiamento significativo nella politica estera australiana, che si allineerebbe maggiormente agli Stati Uniti e al Paese mediorientale, provocando la reazione del mondo arabo. La rappresentante palestinese in Australia, Izzat Salah Abudulhadi, ha respinto le dichiarazioni di Morrison, definendo il suo piano “profondamente sconvolgente”. A suo avviso, inoltre, la decisione potrebbe favorire il piano americano di risolvere il conflitto israelo-palestinese tagliando fuori lo status di Gerusalemme e la questione dei rifugiati palestinesi. “I guadagni di breve termine che deriverebbero dallo spostamento dell’ambasciata australiana a Gerusalemme sarebbero sicuramente soppesati dal danno sia per la posizione internazionale dell’Australia, sia per le sue relazioni con i Paesi a maggioranza musulmana”, ha spiegato Abudulhadi. La delegazione palestinese in Australia ha quindi esortato il governo ad agire con cautela e prudenza e di considerare seriamente le conseguenze della mossa.

Morrison ha reso noto che è stato l’ex ambasciatore israeliano in Australia, Dave Sharma, a convincerlo a considerare un cambiamento nella politica estera australiana. Al momento Sharma concorre come candidato Liberale in Parlamento per il distretto di Wentworth, nello Stato di New South Wales. Il posto è stato liberato dall’ex premier Malcolm Turnbull, che si è dimesso alla fine di agosto.

È atteso un annuncio nella giornata di martedì 16 ottobre da parte di Morrison sull’eventuale spostamento dell’ambasciata australiana da Tel Aviv a Gerusalemme, che riguarderà anche la conferma del supporto di Canberra all’accordo sul nucleare iraniano del 14 luglio 2015. A tale proposito, Morrison ha commentato che, nonostante l’Australia non abbia firmato il patto, il ritiro del suo supporto potrebbe essere un gesto simbolico per supportare la posizione degli USA, che si sono ritirati dall’accordo per volere di Trump l’8 maggio scorso.

Il presidente americano ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele il 6 dicembre 2017, riferendo altresì che la Città Santa sarebbe divenuta la nuova sede dell’ambasciata statunitense nel Paese. La sua decisione ha provocato la reazione della comunità internazionale, ma soprattutto del mondo arabo, per diversi motivi. In primo luogo, lo status di Gerusalemme costituisce uno degli aspetti più complicati del processo di pace israeliano-palestinese, in quanto la città rappresenta un sito religioso fondamentale sia per i musulmani, sia per gli ebrei, che ambiscono entrambi a proclamarla capitale del proprio Stato. In secondo luogo comunità internazionale ritiene che lo status di Gerusalemme possa essere definito soltanto nei colloqui di pace diretti tra Israele e la Palestina. Al momento, Gerusalemme dovrebbe costituire un territorio internazionalizzato, secondo il piano di spartizione dell’ONU del 1947. A seguito della guerra arabo-israeliana del 1948, la Città Santa era stata suddivisa nella zona occidentale, abitata principalmente dalla popolazione ebraica, controllata da Israele, e in quella orientale, abitata principalmente dalla popolazione araba, sotto il controllo della Giordania. In seguito alla guerra dei Sei Giorni del 1967, Gerusalemme est è stata occupata da Israele. Nel 1980, il Paese ha esteso la propria sovranità sulla città vecchia, attraverso l’approvazione della cosiddetta “legge fondamentale” che proclamava unilateralmente Gerusalemme come capitale di Israele. Tale passaggio non è mai stato riconosciuto dalla comunità internazionale.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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