Atene: contrasti nella coalizione governativa per accordo su nome Macedonia

Pubblicato il 16 ottobre 2018 alle 11:48 in Grecia Macedonia

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Pános Kamménos, ministro della Difesa greco e leader del partito Greci Indipendenti (Anel) ha dichiarato, martedì 15 ottobre, che non voterà in favore della ratifica dell’accordo con la Macedonia per il cambio del nome del Paese, anche a costo di lasciare la coalizione di Governo. Se i nazionalisti a Skopje si oppongono alla ratifica del trattato, come è stato dimostrato dal fallimento del referendum del 30 settembre, anche quelli ad Atene non lo vedono di buon occhio, contrapponendosi ad ogni tipo di compromesso che faccia sì che nome dell’ex repubblica Iugoslava contenga il termine Macedonia.

Fin dal 2015, il Governo ellenico si regge su una coalizione tra Syriza e i Greci Indipendenti.  Socialdemocratico il primo e nazionalista e conservatore il secondo, i due partiti sono riusciti ad unire le forze con l’obiettivo di far uscire la Grecia dalla crisi del debito e combattere la corruzione. Il traguardo è stato raggiunto dal Paese il 21 agosto, giorno che ha segnato l’uscita di Atene dal programma di salvataggio della Troika. Tuttavia, l’accordo raggiunto il 17 giugno dai Primi Ministri di Grecia e Macedonia, Alexis Tsipras e Zoran Zaev, ha fatto riemergere le contraddizioni intrinseche nella coalizione di Governo. Secondo quanto disposto dall’accordo, in cambio della decisione della Macedonia di cambiare il suo nome in “Repubblica della Macedonia del Nord”, la Grecia solleverebbe il veto sul suo ingresso nella NATO e nell’Unione Europea. I termini di questo accordo non sono ben visti da Kamménos, che ha riferito lunedì all’emittente Tv Ert che non voterà a favore della ratifica dell’accordo in Parlamento. In merito alle conseguenze, Kamménos ha affermato che “se la maggioranza parlamentare deciderà per un divorzio, così sarà”. La dichiarazione è arrivata in seguito ad una visita del ministro negli Stati Uniti, dove ha presentato la posizione del partito, che conta 7 deputati all’interno del Parlamento ellenico, vitali per mantenere la maggioranza su cui si regge la coalizione di Governo, appoggiata da 153 parlamentari su 300.

 Le dichiarazioni di Kamménos hanno innescato un acceso dibattito anche all’interno del partito di Tsipras, Syriza, i cui membri, in seguito ad un incontro del comitato centrale, hanno affermato che l’alleanza con i Greci Indipendenti è stata distruttiva, secondo quanto riferito da Reuters. Panos Skourletis, membro di Syriza, ha affermato: “È un grave problema politico quando un partner governativo afferma di essere in disaccordo al punto tale di essere costretto a ritirare la fiducia all’Esecutivo”. Nel tentativo di alleviare i timori di una sua caduta nel caso in cui il trattato con la Macedonia arrivari in Parlamento, il Governo ha riferito di essersi già assicurato il sostegno dei deputati indipendenti e di centro-sinistra per tale votazione.

Prima che il Parlamento ellenico si trovi nella posizione di dover ratificare l’accordo, è necessario che la Macedonia applichi le modifiche costituzionali da questo previste, come il cambio del nome. Questo elemento è stato colto da Kamménos che, nel chiarire la sua posizione, ha aggiunto che è improbabile che il trattato venga presentato al Parlamento di Atene per la ratifica, date le opposizioni che questo sta incontrando anche in Macedonia. Il fallimento del referendum del 30 settembre è stato un chiaro segnale dell’efficacia dell’opposizione del partito nazionalista VMRO DPMNE, che ha invitato i propri elettori a non recarsi alle urne, piuttosto che a votare negativamente. Il risultato è stato che solo il 36% degli elettori ha partecipato alla consultazione, senza riuscire al raggiungere il quorum del 50% più uno.  

Tuttavia, nonostante l’esito del referendum, il Parlamento macedone ha avviato una sessione plenaria lunedì 15 ottobre, per discutere le modifiche costituzionali che porterebbero al cambio del nome del Paese e all’applicazione del trattato con la Grecia. Tuttavia, il percorso per arrivare alle modifiche costituzionali è complesso e dall’esito non scontato. La prima incertezza riguarda il numero di parlamentari che supporteranno questi cambiamenti: secondo le stime di Balkan Insight, i partiti di maggioranza possono contare sul sostegno di 71 dei 120 membri del Parlamento, ma per raggiungere i 2/3 hanno bisogno di altri 9 deputati disposti a sostenerli. Tuttavia, 49 seggi sono detenuti dal partito nazionalista, che si oppone al cambio del nome. La seconda incertezza sta nel fatto che per approvare delle modifiche costituzionali sono necessarie tre differenti votazioni che avvengono a distanza l’una dall’altra, richiedendo quindi una maggioranza solida all’interno del Parlamento.

Il partito nazionalista macedone aveva definito l’accordo con la Grecia una “capitolazione nazionale” e per lungo tempo si è opposto alla nomina, in Parlamento, della commissione elettorale che sarebbe stata incaricata di organizzare il referendum. Solo dopo alcune settimane, l’opposizione ha sollevato il blocco delle nomine. Il partito VMRO-DPMNE, alla fine di luglio, si era espresso in maniera critica anche a proposito del quesito referendario, che aveva giudicato manipolativoe si era dunque dichiarato disponibile a sostenere il referendum solo nel caso in cui, nel testo del quesito, il trattato con la Grecia non fosse stato collegato all’adesione alla NATO o all’Unione Europea. Il 6 settembre, il Presidente della Repubblica macedone, Gjorge Ivanov, membro del partito VMRO-DPMNE, dopo aver incontrato il Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg, affermò: “Credo che il posto della Macedonia sia nell’Unione Europea e nella NATO. Continuerò a sostenere i nostri obiettivi strategici. Ma ciò non può essere un alibi per un cattivo affare”. Ivanov si è dunque dichiarato favorevole ad un’integrazione della Macedonia all’interno dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica, ma sottolineando che l’accordo con la Grecia non sarebbe stato il mezzo migliore per raggiungere tale obiettivo.

La Grecia si è opposta per anni all’attuale nome dell’ex Repubblica Iugoslava dal momento che una delle sue regioni, con capoluogo Salonicco, si chiama proprio Macedonia, e questo porta Atene a ritenere che il nome del suo vicino settentrionale possa rappresentare una rivendicazione sul suo territorio. Ad oggi, da una parte i nazionalisti macedoni si oppongono al cambio del nome per una questione di identità nazionale, dall’altra, i nazionalisti greci non vogliono scendere a compromessi, e chiedono che il nuovo nome del Paese non contenga alcun riferimento alla Macedonia.

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Cristina Lipari

di Redazione

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