Cina: le due facce degli Uiguri

Pubblicato il 14 ottobre 2018 alle 11:45 in Asia Cina

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La Cina è risoluta nel voler combattere i “tre mali”: il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso. A questo scopo, sta portando avanti una massiccia campagna repressiva della minoranza etnica di fede musulmana uigura nella provincia occidentale del Xinjiang. Obiettivo primario di tale campagna sono gli intellettuali uiguri che vengono considerati “con due facce” poiché ipocriti politicamente e ideologicamente pericolosi.

La campagna di soppressione degli intellettuali uiguri – e la creazione di quelli che le organizzazioni per i diritti umanitari hanno descritto come veri e propri campi di detenzione – mette alla luce il cambio di posizione della Cina nei loro confronti. Se in precedenza Pechino li considerava possibili mediatori tra il Partito Comunista Cinese e la comunità uigura, ora vengono visti come traditori da punire, secondo l’analisi di The Diplomat.

Pechino voluto creare un nemico interno da combattere, mettendo, in questo modo, in serio pericolo le vite degli intellettuali uiguri accusati di essere “doppiogiochisti”. Questo è stato il caso di Azat Sultan, ex pro rettore della Xinjiang University rimosso dal suo incarico e condotto in un campo di “rieducazione” negli ultimi mesi insieme ad almeno altri 4 professori di etnia uigura dello stesso ateneo e ad altri colleghi della Kashgar University, Xinjiang Normal University e Xinjiang Medical University tutti detenuti per le loro “idee politiche scorrette”. Si tratta di alcuni esempi di una tendenza più generalizzata che vede la maggior parte degli intellettuali uiguri arrestati e condotti nei campi di rieducazione senza alcun processo o accusati di “separatismo” o di legami terroristici e condannati al carcere per lunghi periodi.

Che cosa si nasconde, dunque, dietro l’accusa di “doppiogiochismo” create dal governo cinese ai danni degli intellettuali uiguri? Niente di nuovo, in realtà. Si tratta solo di un nuovo modo di definire una vecchia sfida politica che la Cina non è riuscita a vincere: le tendenze nazionaliste uigure nella provincia occidentale del Xinjiang. Quando accusa gli intellettuali di essere “doppiogiochisti” Pechino vuole in realtà sottolineare come questi ultimi non dimostrino obbedienza assoluta e incontrastata al Partito Comunista Cinese. Secondo la visione delle autorità centrali cinesi, gli intellettuali uiguri covano risentimento ed idee diverse da quello che la loro “faccia” mostra e ciò crea uno spazio di ambiguità politica che è considerato inaccettabile. L’unico modo per risolvere questa compresenza di due facce, un pensiero nascosto e uno manifesto, è la correzione e la “rieducazione” negli appositi campi.

Le vite degli intellettuali uiguri sono in serio pericolo, ma non è la prima volta che ciò accade. Questa elite intellettuale ha avuo un ruolo complesso e delicate nella storia della provincia del Xinjiang.

Il Xinjiang – anche noto come Turkestan Orientale – è stato invaso dall’Armata Popolare di Liberazione, l’esercito cinese, nel 1949, anno della fondazione della Repubblica Popolare, perché considerato parte integrante del territorio cinese. Da allora, gli intellettuali della minoranza etnica uigura che abita la regione si sono trovati di fronte a una scelta difficile e a una doppia pressione. Da una parte, le autorità cinesi imponevano loro di essere fedeli, obbedienti, e di promuoverne gli interessi, dall’altra, la popolazione uigura vedeva in loro fari di speranza e si aspettava fossero coraggiosi, compassionevoli e pronti aa sacrificarsi in difesa dei diritti umani fondamentali.

Gli intellettuali uiguri hanno iniziato a vivere una realtà in cui venivano premiati se rappresentavano e promuovevano gli interessi culturali, politici ed economici del Partito Comunista Cinese, mentre venivano puniti se portavano avanti, anche in modo clandestino, gli interessi del loro popolo. In questo sistema, la mancata punizione – che può essere un periodo più o meno lungo di detenzione – diventa quasi un premio di cui gli intellettuali uiguri dovrebbero gioire. Il problema è che i criteri alla base di cosa è punibile e cosa non lo è sono arbitrati e tendono a mutare insieme agli interessi del Partito.

Gli intellettuali uiguri, dunque, sono costretti a vivere in un mondo che è per forza bianco o nero e non esiste spazio per negoziati o compromessi che possano creare una armonia tra Pechino e la minoranza etnica. L’unica cosa che possono tentare di fare è di mantenere un’area grigia mentale e spirituale in cui tentare di sopravvivere a cavallo tra le due realtà, quella delle autorità centrali e della minoranza etnica.

Le autorità centrali sono consapevoli di questa loro tendenza, perciò hanno da sempre monitorato attentamente gli intellettuali alla ricerca di qualsiasi forma o seme di nazionalismo che veniva definito, di volta in volta, in modo diverso. Negli anni ’50 si parlava di “nazionalisti locali”, negli anni ’60 e ’70 le accuse erano di essere borghesi, revisionisti o di avere legami con “gli ostili capitalisti all’estero”; negli anni ’80 e 90 si parlava invece di “separatisti” a cui si è aggiunta l’accusa di terrorismo negli anni 2000 e ora, ultima definizione, “doppiogiochista o persona con due facce”.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

 

di Redazione

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