USA-Turchia: rilasciato dopo 2 anni pastore americano Andrew Brunson

Pubblicato il 13 ottobre 2018 alle 11:39 in Turchia USA e Canada

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Un tribunale turco ha emanato la sentenza di rilascio per il pastore statunitense Andrew Brunson, condannato da 2 anni ai domiciliari in Turchia, in un caso che ha fortemente accresciuto le tensioni tra Washington e Ankara.

Andrew Brunson ha lasciato la sua abitazione turca, situata nella provincia occidentale di Izmir, per dirigersi all’aeroporto nella giornata di venerdì 12 ottobre, ore dopo essere stato ufficialmente rilasciato per via del tempo che ha già scontato in detenzione. Sono caduti, invece, gli ulteriori capi d’accusa inerenti al presunto spionaggio. “Questo è il giorno per il quale la nostra famiglia stava pregando, sono lieto di essere in rotta verso casa, gli Stati Uniti”, ha affermato il pastore, aggiungendo: “Tutta la mia famiglia ringrazia il presidente, l’amministrazione e il Congresso per il loro saldo supporto”.

Il pastore, che è stato visto dai giornalisti salire a bordo di un jet privato, atterrerà, sabato 13 ottobre, in una base militare americana situata poco fuori Washington, e probabilmente farà visita alla Casa Bianca nella stessa giornata. A riferirlo, su Twitter, è stato il presidente americano, Donald Trump, il quale ha riferito ai reporter: “Siamo davvero onorati di riaverlo con noi. Ha sofferto enormemente, ma siamo riconoscenti a un sacco di persone”. Il leader americano ha aggiunto che non è stato firmato alcun tipo di accordo o patto con la Turchia, per riavere Brunson, in merito allo sgravio delle sanzioni imposte da Washington contro Ankara.

Andrew Brunson, un pastore cristiano evangelico della Carolina del Nord che vive in Turchia da oltre 20 anni, era stato incriminato con l’accusa di avere legami con militanti curdi e con la Fethullahist Terrorist Organization (FETÖ), la rete del predicatore islamico Fethullah Gülen, che Ankara considera responsabile del fallito tentativo di golpe del 15 luglio 2016. Se dichiarato colpevole, il pastore americano avrebbe dovuto affrontare fino a 35 anni di reclusione. Brunson, da parte sua, aveva sempre respinto le accuse, definendole “vergognose e disgustose” nel corso della sua terza udienza in tribunale.

Il pastore americano era stato trasferito agli arresti domiciliari a fine luglio 2018 dopo aver speso oltre 20 mesi in una prigione turca in attesa del suo processo, essendo accusato di “crimini legati al terrorismo”. L’amministrazione Trump aveva lanciato una grande campagna per liberarlo in seguito alla decisione del tribunale turco di spostarlo ai domiciliari, provvedimento, quest’ultimo, da molti interpretato come una possibile apertura verso l’attenuazione delle tensioni tra i due Paesi membri della NATO. Da Washington, Trump e il vicepresidente americano, Mike Pence, avevano ripetutamente sollevato il caso Brunson con Erdogan. Il Segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, facente parte, come Brunson, della Evangelical Presbyterian Church, aveva altresì contattato il suo omologo turco, Mevlut Cavusoglu, dopo l’udienza del 18 luglio.

Il 26 luglio, Trump, il quale aveva parlato di Brunson come un “grande cristiano, un uomo di famiglia e un essere umano meraviglioso che sta soffrendo molto”, aveva inoltre avvertito Ankara che Washington era pronta a imporre “forti sanzioni” contro il Paese a causa del lungo periodo di detenzione del pastore americano. Dalla Turchia era giunta una risposta per nulla intimorita delle autorità; il ministro degli Esteri turco, aveva replicato alle parole del leader della Casa Bianca sottolineando che Ankara non era disposta a fare eccezioni per nessuno, dal momento che “la preminenza della legge è uguale per tutti”. Anche il portavoce presidenziale, İbrahim Kalın, aveva risposto a Trump, invitando gli Stati Uniti “ad adottare una posizione costruttiva”, definendo il loro linguaggio “minaccioso e inaccettabile”; il ministro della Giustizia turco, Abdulhamit Gül, aveva affermato che “il caso Brunson procederà per la sua strada, come dovrebbe essere in un Paese completamente indipendente e sovrano” e che “la suprema giustizia turca avrà l’ultima parola”. Infine, lo stesso Erdogan era intervenuto, scrivendo su Twitter che la Turchia avrebbe affrontato a petto alto le sanzioni con le quali il presidente Trump la minacciava, e ricordando agli Stati Uniti che stavano rischiando di perdere “un partner sincero”.

Il 1 agosto, l’amministrazione Trump aveva infine imposto sanzioni contro due alti funzionari del governo di Ankara a causa della detenzione del pastore evangelico americano: il ministro della Giustizia turco, Abdulhamit Gul, e il ministro degli Interni, Suleyman Soylu. L’imposizione delle sanzioni era stata l’ultima mossa americana nel braccio di ferro fra Stati Uniti e Turchia in merito al caso Brunson.

Secondo il quotidiano americano The New York Times, le relazioni tra Stati Uniti e Turchia erano “sconnesse per decenni”, a partire dall’intervento militare turco a Cipro nel 1974 e dal rifiuto di Ankara di consentire alle truppe americane di utilizzare le basi in territorio turco nell’imminenza della guerra in Iraq, iniziata nel 2003. Di recente, i legami bilaterali si erano ulteriormente logorati a causa di nuove poste in gioco internazionali. Da una parte Washington guarda con timore alle crescenti tendenze autocratiche di Erdogan nonché all’acquisto da parte della Turchia degli S-400, i sistemi di difesa missilistica russi che Washington considera incompatibili con quelli della NATO. Dall’altra, Ankara non apprezza il sostegno americano alle forze curde, considerate dal Paese terroristiche, in Siria, né il rifiuto da parte degli Stati Uniti di estradare il predicatore islamico, Fethullah Gulen, che Ankara accusa di aver orchestrato il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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