Processo di pace Afghanistan: USA e Pakistan vogliono coinvolgere l’Arabia Saudita

Pubblicato il 12 ottobre 2018 alle 14:26 in Afghanistan Arabia Saudita

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Il Pakistan e gli Stati Uniti stanno cercando di coinvolgere l’Arabia Saudita nel processo di pace dell’Afghanistan, affinché il Paese del Golfo contribuisca a riportare la stabilità nel territorio afghano.

Dopo essere stato in visita ufficiale a Kabul, il 7 e 8 ottobre, il nuovo rappresentante speciale per la riconciliazione afghana, Zalmay Khalilzad, si è recato a Islamabad, dove ha discusso dei colloqui di pace con gli ufficiali pakistani e americani. Durante tali colloqui, è stata avanzata l’ipotesi di coinvolgere Riad per aiutare a velocizzare il processo. “L’Arabia Saudita ha svolto un ruolo chiave in passato nel trattare con i talebani, quindi il suo intervento nel processo porterà risultati positivi”, ha riferito un ufficiale diplomatico pakistano in condizioni di anonimità al quotidiano The National in seguito all’incontro con Khalilzad.

Da parte loro, i talebani hanno riferito che accetterebbero il coinvolgimento saudita. “Non abbiamo niente in contrario a Riad, ci preoccupa solo l’occupazione americana in Afghanistan”, ha spiegato un portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid. Come è noto, gli Stati Uniti sono intervenuti in Afghanistan il 7 ottobre 2011 e, ancora oggi, sono presenti nel Paese asiatico circa 15.000 soldati americani, e la guerra non è ancora terminata.

Nel frattempo, il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, ha incontrato Khalilzad a Riad il 10 ottobre, per discutere la questione afghana e l’eventuale ruolo di Riad nel riportare la stabilità nel Paese. L’ambasciatore permanente all’Onu dell’Arabia Saudita, Abdallah Al Mouallimi, ha avanzato che lo Stato del Golfo potrebbe svolere il ruolo di arbitro. Già nel mese di marzo, Riad aveva espresso il desiderio di aiutare Washington nei colloqui di pace con i talebani e, a giugno, le autorità saudite avevano supportato il cessate il fuoco promosso dalle forze del presidente afghano, Ashraf Ghani, con i talebani in occasione della festività dello Eid. Nell’occasione, il sovrano saudita aveva emesso una dichiarazione in cui affermava che “i fraterni cittadini afghani, che soffrono per la guerra, aspirano, insieme al mondo musulmano, di terminare il conflitto ed aprire un nuovo capitolo basato sulla tolleranza, la riconciliazione e il rigetto della violenza”.

Ad avviso di Rahim Ullah Yousafzai, esperto di talebani, la nomina di Khalilzad da parte di Washington ha dimostrato che gli USA hanno intenzione di portare a buon fine il processo di pace.

Dopo essere stati abbattuti dagli americani, in seguito all’invasione del 2001 e all’intervento della NATO nell’agosto 2003, i talebani sono tornati a essere un gruppo insurrezionale che compie numerose offensive per destabilizzare il Paese e riprendere il controllo del governo. Diciassette anni di invasione e più di 100 miliardi di dollari spesi, tuttavia, non sono ancora riusciti a porre fine all’instabilità del Paese, che continua a subire la furia dei militanti afghani. L’obiettivo dei talebani è quello di riprendere il controllo della capitale Kabul per imporre in tutto il Paese una rigida interpretazione della legge islamica.

Oltre che dagli scontri con i talebani, dal 2015, l’Afghanistan è minacciato dalla Khorasan Province, la branca dell’ISIS attiva nella regione che compie continui attentati contro le forze di sicurezza e le minoranze sciite locali. Nonostante l’aumento nei raid aerei americani, i militanti continuano a sferrare offensive in diverse zone del Paese. Secondo quanto riportato dalla CNN, nel solo mese di ottobre 2017, gli USA hanno sganciato 653 bombe e missili in Afghanistan, segnando un netto aumento rispetto alle 203 munizioni utilizzate lo stesso mese nel 2016.

Come spiega Greg Bruno in un approfondimento pubblicato su Council of Foreign Relations, a partire dalla fine degli anni ’80, l’Arabia Saudita, insieme a Stati Uniti, Pakistan e altri Paesi, ha iniziato a sostenere il movimento di resistenza afghano contro l’occupazione sovietica. Riad ha fornito denaro e carburante ai combattenti afgani del valore di quasi 4 miliardi di dollari, tra il 1980 e il 1990. Tuttavia, la politica saudita in Afghanistan subì una battuta d’arresto dopo la caduta del governo di Mohammad Najibullah, nel 1992. Diversamente dall’Iran, che sostenne i gruppi sciiti, il Pakistan e l’Arabia Saudita trasferirono il loro supporto finanziario ai leader wahhabiti addestrati dai sauditi che, nel tempo andarono a costituire il nucleo della leadership dei talebani.  

Per tali ragioni, molti analisti sostengono he Riad abbia favorito l’ascesa dei talebani a partire dalla metà degli anni ’90, sia per contrastare la leadership post-sovietica sia per contrastare l’Iran, il principale nemico di Riad in Medio Oriente. Spinta dalla pressione internazionale, l’Arabia Saudita ha poi tagliato i legami ufficiali con i talebani dopo l’attacco dell’11 settembre 2011. “Il governo dei talebani non ha prestato attenzione alle richieste e alle richieste del Regno di Arabia Saudita di smettere di ospitare, addestrare e incoraggiare i criminali”, riferì all’epoca il governo saudita in una dichiarazione successiva agli attacchi terroristici.  La fine dei legami diplomatici con i talebani, tuttavia, non segnato la fine dell’interesse saudita nell’Afghanistan. Nel febbraio 2002, Riad ha riaperto la propria ambasciata a Kabul, stabilendo canali ufficiali con il nuovo governo afgano ed ha espresso interesse per le opportunità di investimento. Un anno dopo aver reciso i legami con il governo dei talebani, l’Arabia Saudita annunciò che i suoi sforzi di assistenza umanitaria avevano superato i 230 milioni di dollari.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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