OLP: inviato ONU persona non gradita in Palestina

Pubblicato il 12 ottobre 2018 alle 17:34 in Medio Oriente Palestina

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La dirigenza palestinese ha annunciato che non lavorerà più con l’inviato di pace delle Nazioni Unite, Nickolay Mladenov, giovedì 11 ottobre, accusando quest’ultimo di aver abusato della sua autorità, cercando un accordo tra Israele e il movimento islamista Hamas. Al momento non ci sono ancora commenti da parte di Mladenov o conferme da parte delle Nazioni Unite.

Ahmed Majdalani, membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha dichiarato di aver informato il segretario generale dell’ONU che l’inviato Nickolay Mladenov non era più persona gradita per il governo palestinese. Mladenov è altresì accusato di aver abusato della sua autorità, cercando di raggiungere una tregua a lungo termine tra Hamas e lo Stato Ebraico, senza includere il governo internazionalmente riconosciuto del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, nei negoziati indiretti. Tali azioni, per la leadership palestinese, hanno avuto “un impatto sulla sicurezza nazionale e l’unità del popolo”.

I colloqui si sono fermati principalmente a causa delle pressioni di Abbas, ma a ciò si è aggiunta la decisione qatarina di spedire 450.000 litri di carburante nell’unica centrale elettrica presente nella Striscia di Gaza e il finanziamento di 150 milioni di dollari. Il governo di Abbas non è stato coinvolto in nessuno dei 2 provvedimenti, rendendo la strategia di Mladenov ancora più malsana per Abbas.

L’Autorità Palestinese, ad oggi, sotto la leadership di Abu Mazen, ha una semi autonomia in alcune parti della Cisgiordania e nel 2007 ha perso il controllo di Gaza, ora in mano ad Hamas. Da allora, la comunità internazionale intrattiene rapporti diplomatici e non con l’Autorità Palestinese, ma non con Hamas. L’OLP ha riconosciuto Israele e ha firmato una serie di trattati di pace con lo Stato Ebraico. Hamas, al contrario, dal 2008, ha combattuto 3 guerre con il vicino sionista.

Dal 30 marzo dell’anno corrente, data in cui è iniziata la cosiddetta di Marcia del Ritorno, il cui scopo è invocare il diritto dei palestinesi al ritorno in patria e la fine del blocco israeliano, in vigore da 11 anni, la popolazione palestinese protesta settimanalmente lungo la recinzione ad est della Striscia di Gaza. Le manifestazioni in questione si sarebbero teoricamente dovute concludere il 15 maggio, data in cui palestinesi ricordano la Nakba, o Catastrofe, un riferimento alla rimozione forzata di 750.000 palestinesi dalle loro case e villaggi per aprire la strada alla creazione di Israele nel 1948. I palestinesi sostengono che le loro proteste rappresentino un’ondata di rabbia popolare contro Israele. I residenti dei territori palestinesi invocano il diritto di ritornare nelle proprie case, dalle famiglie da cui sono stati allontanati o separati 70 anni prima, a causa della fondazione dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio 1948. Lo Stato Ebraico, dal canto suo, sostiene che le proteste e le manifestazioni siano organizzate dal gruppo islamista Hamas, il quale controlla la Striscia di Gaza e nega al Paese il diritto di esistere.

Israele ha accusato Hamas di aver sobillato le proteste per sviare l’attenzione dei cittadini dai problemi economici e dalla grave carenza di scorte energetiche di cui soffre Gaza, patria di 2 milioni di palestinesi, oltre metà dei quali sono rifugiati di guerra o loro discendenti. A partire da giugno del 2007, lo Stato Ebraico, insieme all’Egitto, ha imposto un blocco terrestre, aereo e marittimo dell’entrata nell’area della Striscia di Gaza governata da Hamas.

Diversi gruppi attivi per la tutela dei diritti umani e le Nazioni Unite hanno condannato l’uso della forza da parte di Israele per reprimere le manifestazioni, durante le quali almeno 193 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di difesa israeliane. Il leader dell’ala politica di Hamas, Yahya Sinwar, nella prima settimana di ottobre, ha dichiarato ad un giornale israeliano che sebbene “un’esplosione sia inevitabile, una nuova guerra [con Israele] non è nell’interesse di nessuno” e ha chiesto la fine dell’assedio su Gaza. “Non possiamo prevalere in uno scontro nucleare … e certamente [un’altra guerra] non è nel nostro interesse: dalla guerra non si guadagna nulla” ha affermatto Sinwar.

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Alice Bellante

di Redazione

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