Juncker contro l’Italia: “Non rispetta la parola data”

Pubblicato il 12 ottobre 2018 alle 16:36 in Europa Italia

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Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha rivolto una polemica frontale nei confronti dell’Italia, in merito alla nuova manovra del governo di Roma, nel corso di un’intervista per il quotidiano francese Le Monde

“L’Italia non rispetta la parola data”, ha affermato Juncker, esortando le autorità italiane a rispettare le regole “per non mettere in pericolo la solidarietà europea”. Il presidente della commissione ha tuttavia via chiarito di amare il Paese europeo e che l’esecutivo dell’Unione Europea non vuole impedire al governo italiano di attuare la manovra, ma vuole che le regole vengano rispettate.  

“Per avere benefici dalle misure monetarie della Bce le politiche di altri settori devono contribuire con più forza ad alzare la potenziale crescita sul lungo periodo e ridurre la vulnerabilità”, ha spiegato Juncker. Da parte sua, il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, sostiene che sia necessario accelerare le riforme strutturali e creare “cuscinetti fiscali”, che sono molto importanti per i Paesi che hanno un debito pubblico elevato.  

Il capo del Dipartimento europeo del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Poul Thomsen, ha riferito che, a suo avviso, la manovra italiana va nella direzione opposta rispetto ai suggerimenti dell’FMI. “Credo seriamente che per diverso tempo non sia stato seguito il consolidamento di bilancio che ha portato l’Italia a crescere sotto il suo potenziale”, ha spiegato Thomsen. 

La “Manovra del Popolo” è stata annunciata alla fine settembre dal vice-premier, Luigi Di Maio con l’obiettivo di istituire il reddito di cittadinanza, la pensione di cittadinanza e l’abolizione della riforma Fornero. Oltre a ciò, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, aveva dichiarato che avrebbe fissato nel Documento di Economia e finanza (Def) il rapporto tra deficit/pil al 2.4%, un valore superiore rispetto a quello atteso dalla Commissione Europea. Nel 2017, il precedente governo si era impegnato a ridurre il proprio deficit fiscale allo 0,8% del Pil entro l’anno successivo, con l’intenzione di trasformarlo gradualmente in un surplus nei due anni a seguire. Sebbene pochi pensassero che questo obiettivo fosse credibile, il deficit del 2,4% annunciato dal governo il 27 settembre è molto al di sopra della cifra che l’UE o i mercati potrebbero ragionevolmente accettare. Piuttosto che contribuire a ridurre il debito pubblico italiano, che è il più alto della zona euro in percentuale del prodotto interno lordo dopo la Grecia, il progetto di bilancio richiede spese potenzialmente insostenibili. 

I primi di ottobre, il governo ha inviato al Parlamento una nota di aggiornamento al Def, confermando le stime del Pil del triennio all’1,5% per il 2019, l’1,6% per il 2020 e l’1,4% per il 2021. La spesa per i 2018 è fissata a 3,6 punti di Pil contro i 3,5 del Def, mentre sono stati confermati 9 miliardi per il reddito e pensioni di cittadinanza. Non è previsto che l’Iva salga nel 2019, ma tornerà a crescere nel 2020. Il ministro Tria si è detto soddisfatto, affermando che, con l’ok alla manovra passerà l’incertezza dei mercati e andrà giù lo spread.  

Successivamente, l’11 ottobre, il Senato ha approvato la nota di aggiornamento del Def con 161 voti favorevoli e 109 contrari, autorizzando così il governo a scostarsi dal deficit programmato. Anche la Camera ha dato l’ok, con 331 sì e 191 no. Ne conseguirà che il deficit salirà al 2,4% nel 2019, e riscenderà a 2,1% nel 2020 e a 1,8% nel 2021.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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