Egitto: a morte 17 sospettati coinvolti negli attacchi contro i copti

Pubblicato il 12 ottobre 2018 alle 12:34 in Africa Egitto

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Una corte militare egiziana ha condannato a morte 17 persone coinvolte nella serie di attacchi suicidi contro tre chiese e un check-point della polizia, tra il 2016 e il 2017, rivendicati dallo Stato Islamico, in cui sono morte più di 80 persone. Altri 19 individui coinvolti in tali incidenti hanno ricevuto l’ergastolo. 

La minoranza dei cristiani copti rappresenta il 10% dei 90 milioni di cittadini egiziani e, da anni, è oggetto degli attentati e di persecuzioni, poiché gli estremisti li accusano di aver supportato il rovesciamento militare del precedente presidente islamista, Mohammed Morsi, nel 2013. In particolare, lo Stato islamico ha rivendicato la maggior parte degli ultimi attentati contro chiese copte, tra cui quelli di Alessandria e Tanta del 9 aprile 2017, in cui morirono complessivamente 44 persone e ne furono ferite altre 126. L’ISIS ha rivendicato anche l’attacco dell’11 dicembre 2016 contro la Cattedrale copta di San Marco al Cairo, in cui sono morte 28 persone. La corte militare egiziana che ha emesso le sentenze ritiene che i 17 sospettati siano coinvolti anche in un quarto attacco contro le foprze di polizia, avvenuto lo scorso anno nel deserto occidentale.  

In seguito agli incidenti di Alessandria e Tanta, il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi proclamò lo stato di emergenza, per la durata di tre mesi, che è stato poi esteso, rimanendo in vigore ancora oggi. Dal 9 febbraio, l’esercito egiziano ha avviato l’operazione Comprehensive Operation – Sinai 2018, con l’obiettivo di abbattere i ribelli islamisti insieme a tutte le altre attività criminali che mettono in pericolo la sicurezza e la stabilità del Paese. Nonostante il presidente al-Sisi avesse promesso che l’operazione “si sarebbe conclusa il prima possibile”, gli scontri continuano a verificarsi. Tuttavia, le iniziative stanno avendo successo, permettendo di distruggere grandi quantità di infrastrutture e materiale militare appartenenti ai terroristi. 

Le autorità egiziane hanno precisato che la repressione del dissenso e delle libertà mira a sabotare le attività terroristiche, che cercano di ostacolare lo Stato. Condanne a morte hanno interessato centinaia di oppositori politici di al-Sisi, di cui 75 hanno ricevuto la sentenza nel corso di settembre, venendo accusati di aver organizzato un sit-in che nel 2013 provocò una serie di scontri con la polizia, in cui persero la vita di centinaia di manifestanti. Ad avviso di Amnesty International tali casi dovrebbero essere processati presso corti civili e non militari, in linea con il diritto umanitario internazionale.  

Le stime ufficiali del governo del Cairo indicano che, dall’inizio del 2018, sono stati eliminati più di 350 militanti islamisti, mentre almeno 35 soldati egiziani sono morti nel corso dei raid. La scorsa settimana, lo Stato Islamico ha annunciato la morte del palestinese Abu Hamza al-Maqsidi, uno dei suoi leader nella Penisola del Sinai, giunto nella regione del Paese nordafricano attraverso la striscia di Gaza. Secondo fonti attendibili, al-Maqsidi era incaricato di addestrare e di pianificare attentati per la branca dell’ISIS attiva nel Sinai. Secondo quanto reso noto dalla fonte terroristica su Telegram, al-Maqsidi avrebbe perso la vita sotto un bombardamento aereo dell’esercito egiziano, il primo ottobre, presso Sheikh Zuweid, nel Nord della Penisola del Sinai.  L’agenzia di stampa terroristica Amaq ha descritto la morte di al-Maqsidi un “martirio”.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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