USA, Pompeo: “Neanche un dollaro per la ricostruzione siriana finchè c’è l’Iran”

Pubblicato il 11 ottobre 2018 alle 13:31 in Medio Oriente USA e Canada

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Gli Stati Uniti non contribuiranno a finanziare la ricostruzione della Siria finchè le truppe iraniane saranno presenti sul territorio del Paese mediorientale, entrato ormai nel suo ottavo anno di guerra. Lo ha dichiarato il Segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, mercoledì 10 ottobre, durante un discorso tenuto presso il Jewish Institute for National Security of America (JINSA), un think tank no-profit filo-israeliano con sede a Washington, che si occupa principalmente di questioni relative alla sicurezza nazionale.

Già il 17 agosto, Washington si era disimpegnata dalla ricostruzione immediata della Siria, tagliando 230 milioni di dollari di fondi destinati a progetti volti alla promozione della stabilizzazione siriana, dopo aver affermato che i circa 300 milioni di dollari raccolti dagli alleati arabi del Golfo sarebbero stati impiegati per gestire le aree sottratte all’ISIS. “Se la Siria non garantisce il ritiro totale delle truppe sostenute dall’Iran, non riceverà un dollaro dagli Stati Uniti per la ricostruzione”, ha dichiarato Pompeo, precisando che “l’onere di espellere l’Iran dal Paese ricade sul governo siriano, che si assume la responsabilità della sua presenza lì”.

Le dichiarazioni del Segretario di Stato statunitense si inquadrano in due questioni più ampie e complesse, cioè il coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto siriano e i rapporti tra Washington e Teheran. Sotto il primo profilo, l’amministrazione Trump sta rivalutando il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra siriana che, da quando è iniziata nel marzo del 2011, ha provocato quasi 365.000 vittime e 5,6 milioni di rifugiati. Sotto l’amministrazione Obama, gli Stati Uniti erano intervenuti in Siria per sconfiggere lo Stato Islamico. Attualmente, la presenza militare di Washington nel Paese mediorientale devastato dal conflitto consiste in circa 2.000 soldati, schierati in Siria principalmente con la funzione di addestrare e consigliare i ribelli che si oppongono al regime di Damasco, guidato dal presidente siriano, Bashar al Assad. Sebbene Pompeo abbia dichiarato che la lotta contro l’ISIS “continua ad essere una priorità assoluta” per Washington, lo stesso Segretario di Stato statunitense ha riconosciuto che il contenimento dell’Iran rappresenta un altro obiettivo fondamentale. Il 24 settembre, il Consigliere statunitense per la Sicurezza nazionale, John Bolton, ha affermato che le truppe americane rimarranno in Siria finchè i soldati di Teheran non rientreranno nei confini iraniani.

Tale elemento conduce alla seconda questione, cioè i rapporti tra Washington e Teheran, che sono complicati tanto con riferimento alla Siria quanto con riferimento ad altre questioni. “L’Iran ha visto l’instabilità in Siria come un’opportunità d’oro per rovesciare l’equilibrio dei poteri regionali a suo favore”, ha dichiarato Pompeo. Da parte sua, l’Iran teocratico e sciita che, al contrario degli Stati Uniti, sostiene il regime di Damasco, anche attraverso il supporto al movimento sciita libanese Hezbollah, afferma che le sue truppe sono presenti in Siria su richiesta del governo siriano. Anche la Russia è schierata al fianco di Assad, tuttavia, Pompeo, che ha promesso di portare avanti la linea dura di Trump nei confronti dell’Iran, volta ad isolarla nello scenario regionale e internazionale, non ha fatto a Mosca richieste analoghe a quelle formulate nei confronti di Teheran, con cui le relazioni sono in generale molto complesse.

Gli Stati Uniti considerano da tempo l’Iran il loro principale nemico in Medio Oriente, tuttavia, da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca nel 2016, Washington ha sviluppato una politica estera nella regione mediorientale finalizzata al contenimento dell’espansionismo iraniano, all’attenzione al suo programma nucleare, alla riduzione del suo sostegno a gruppi estremisti e all’imposizione di sanzioni. In particolare, l’8 maggio, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato, il 14 luglio 2015, a Vienna, da Iran, Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania. L’accordo prevedeva la revoca delle sanzioni internazionali contro Teheran, in cambio dell’impegno di quest’ultima a limitare il suo programma nucleare. Secondo l’amministrazione Trump, tuttavia, l’accordo non è riuscito a privare l’Iran dei mezzi necessari per sviluppare un’arma atomica né a interrompere la sua ingerenza sui Paesi vicini del Medio Oriente. Per tali ragioni, in seguito al recesso, il 7 agosto, gli Stati Uniti hanno annunciato la reintroduzione di sanzioni dirette contro il settore siderurgico e automobilistico iraniano nonché contro il settore finanziario. L’Iran, da parte sua, ha reagito alla decisione statunitense assumendo un atteggiamento di sfida che ha dato luogo ad una guerra di parole tra i leader dei due Paesi, iniziata il 22 luglio. Intanto, per il 5 novembre, è prevista l’entrata in vigore di una seconda tranche di sanzioni statunitensi contro l’Iran, diretta stavolta contro il settore petrolifero e bancario. Bolton ha affermato altresì che Washington mira a costringere tutti gli importatori di petrolio iraniano ad azzerare i loro acquisti. Secondo l’amministrazione Trump, l’imposizione delle sanzioni è diretta a interrompere l’afflusso delle risorse che Teheran utilizza per sostenere le sue “attività maligne”, incluso il terrorismo. Non a caso, la nuova strategia americana antiterrorismo, pubblicata dall’amministrazione Trump il 4 ottobre, rivolgerà maggiore attenzione alle minacce provenienti dall’Iran che, secondo un rapporto del governo statunitense, pubblicato a settembre a conclusione dell’indagine annuale del Dipartimento di Stato americano sul terrorismo globale, rimane il principale Stato sponsor del terrorismo a livello globale.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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