Taiwan: alla ricerca di una nicchia di sopravvivenza

Pubblicato il 11 ottobre 2018 alle 15:48 in Asia Taiwan

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La Repubblica di Cina ha festeggiato il suo 107 anniversario e la sua presidente, Tsai Ing-wen ha colto l’occasione per ribadire che il governo di Taiwan non intende piegarsi alla pressione che giunge dalla Cina Continentale e, anzi, cercherà amici e alleati con valori condivisi con il mondo intero e creare una “nicchia di sopravvivenza”.

Alla cerimonia di celebrazione del 107 anniversario dalla fondazione della Repubblica di Cina gli ormai pochi alleati diplomatici dell’isola hanno inviato i loro leader come il Paraguay, Santa Lucia e Sain Kitts e Nevis.

L’isola di Taiwan, il cui nome ufficiale è Repubblica di Cina, il 10 ottobre ha festeggiato il 107 anniversario dalla sua fondazione che risale al 1911, quando è stata costituita sul suolo della Cina Continentale alla fine del governo imperiale cinese, per poi essere trasferita sull’isola nel 1949, alla fine della guerra civile tra nazionalisti e comunisti che ha visto la nascita della Repubblica Popolare Cinese a Pechino.

La presidente democraticamente eletta di Taiwan, Tsai Ing-wen, nel suo discorso per l’anniversario ha ricordato i “cambiamenti drammatici nella situazione economico-politica internazionale” durante l’ultimo anno, facendo un riferimento particolare alla politica estera della Cina che ha definito “una offensiva diplomatica unilaterale e di coercizione militare”. Ciò a cui Tsai Ing-wen si riferisce sono i contatti del governo di Pechino con molti degli alleati strategici di Taiwan che hanno portato alcuni di questi, come il Burkina Faso ed El Salvador, a interrompere le relazioni diplomatiche con l’isola per ricostituire i rapporti ufficiali con Pechino.

Un’altra parte importante della politica di “coercizione” che secondo la Presidente sta portando avanti la Cina riguarda l’offensiva mediatica in cui viene continuamente ribadito che Taiwan è parte integrante del territorio cinese. Nel suo intervento, Tsai Ing-wen ha parlato a lungo delle “potenze straniere”, senza fare nomi specifici, che “si infiltrano e tentano di sovvertire la nostra società”. Infiltrazioni che riguardano, ha spiegato la Presidente, la disseminazione di disinformazione, l’ottenimento illegale di informazioni scientifiche e tecnologiche, l’ingerenza nel processo elettorale e nelle operazioni governative.

Tsai Ing-wen ha anche sottolineato come il suo governo sia sotto pressione sotto diversi aspetti anche internamente. Infatti, di fronte alla sempre maggiore pressione che arriva da Pechino, in molti hanno chiesto all’amministrazione di Tsai – che è alla guida del Partito Democratico Progressista da sempre favorevole all’indipendenza totale, anche economica, dell’isola Pechino – di intraprendere una posizione più forte nei confronti della Cina continentale, mentre altri, più moderati, vorrebbero che venisse raggiunto un compromesso. La politica del compromesso con Pechino è quella che è stata portata avanti fino al 2016 dal precedente presidente Ma Yingjiu, rappresentante del Partito Nazionalista e che, con molta probabilità, non gli ha permesso di vedere rinnovato il suo mandato.

Tsai Ing-wen ha chiarito che non intende abbracciare nessuna di queste due correnti, ma vuole continuare con la sua politica di mantenimento dello status quo attuale, poiché ritiene sia l’unico modo per mantenere la stabilità. “Il nostro governo non agirà in modo sconsiderato per creare un’escalation di tensione [con la Cina], ma nemmeno ci arrenderemo”.

La Presidente ha invece affermato che è necessario guardare all’interno del Paese e rafforzare l’isola militarmente ed economicamente e al tempo stesso provare a creare legami con il resto del mondo. “Il modo migliore per difendere Taiwan è quello di crearle un posto indispensabile e insostituibile nel mondo”, un concetto che ha condensato nella definizione di “una nicchia per la sopravvivenza sostenibile dell’isola”.

Il principio “una sola Cina” riconosce l’unità territoriale della Cina, nonostante la presenza di due governi distinti. A livello internazionale, con la risoluzione 2758 delle Nazioni Unite del 1971, è stato sancito il riconoscimento del governo di Pechino come unico rappresentante dell’intera Cina, compresa l’isola di Taiwan. Il principio è stato riconosciuto anche dagli Stati Uniti nel 1979, quando i rapporti diplomatici tra Pechino e Washington vennero ufficialmente allacciati.

Dopo vent’anni di silenzio e tensione tra i due lati dello stretto, Taiwan e Pechino hanno sancito una tregua e visto il rinascere del commercio bilaterale con il cosiddetto “Consenso del 1992”. Il Consenso prevede una lettura più morbida del principio una sola Cina. Esiste, sì, una sola Cina, ma il governo della Repubblica Popolare e quello di Taiwan interpretano – in base alla loro propria definizione – quale l’unica Cina sia: il continente o l’isola di Taiwan. Ciò vuol dire che per Taiwan la Repubblica di Cina è l’unica Cina esistente, per Pechino lo è la Repubblica Popolare. Vista la mancanza di una univoca definizione di “Cina”, in molti hanno criticato il Consenso.

Nel 2015 i legami tra Pechino e Taipei hanno visto una significativa svolta con un incontro diretto tra il presidente cinese Xi Jinping e l’allora presidente di Taiwan, Ma Yingjiu, leader del Partito Nazionalista e simpatizzante del continente. Le cose sono molto cambiate, invece, dal gennaio 2016, quando è stata eletta Tsai Ing-wen, leader del pro-indipendenza Partito Democratico Progressista (DPP). Il DPP è uno dei principali detrattori del Consenso del 1992 e auspica l’indipendenza totale dell’isola di Taiwan dal governo di Pechino.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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