Etiopia: 2.000 membri di un gruppo ribelle rientrano dall’Eritrea

Pubblicato il 11 ottobre 2018 alle 6:00 in Africa Etiopia

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Circa 2.000 membri del gruppo ribelle etiope Tigray People’s Democratic Movement (TPDM) che si trovavano in Etiopia hanno fatto ritorno in Etiopia nel corso dei giorni passati.

 I colloqui tra le autorità di Addis Abeba, Asmara e la leadership del TPDM si erano tenuti alla fine di agosto e, nell’occasione, avevano concordato di permettere il rientro pacifico dei ribelli. Il 30 agosto, una delegazione di Addis Abeba, guidata dal direttore dell’intelligence e dei servizi di sicurezza, aveva incontrato i rappresentanti del Tigray People’s Democratic Movement guidati a loro volta dal loro presidente, Mokonen Tesfay.

Il TPDM si è formato nel 2001, nell’ambito del conflitto tra Etiopia ed Eritrea in merito ai confini, in corso dal maggio 1998. I suoi membri, col passare del tempo, si sono stabiliti in Eritrea, in quanto in aperto contrasto con le autorità etiopi.

Sotto il premier Abiy Ahmed, salito in carica il 2 aprile scorso, l’Etiopia ha avviato un cambiamento radicale dal punto di vista politico, economico e sociale, intrattenendo colloqui di pace con diversi gruppi di ribelli, tra cui l’Oromo Liberation front (OLF), il Patriotic Ginbot (PG7) e l’Ogaden National Liberation Front (ONLF).

Prima di Ahmed, l’Eritrea era stata caratterizzata da tensioni politiche dal novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa dello Stato. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste erano continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini avevano cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti e maggiore rappresentanza politica per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. In seguito alle dimissioni dell’ex premier, Hailemariam Desalegn, presentate il 15 febbraio, la coalizione governativa Ethiopia Peoples Revolutionary Democratic Front (EPRDF), ha proclamato lo stato di emergenza per la durata di 6 mesi, con l’obiettivo di interrompere le proteste. Tale condizione, revocata il 5 giugno scorso grazie ad Ahmed, ha previsto una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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