USA, Greenblatt: il piano di pace tra Israele e Palestina si concentrerà sulla sicurezza di Israele

Pubblicato il 9 ottobre 2018 alle 17:21 in Medio Oriente USA e Canada

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La proposta americana per la pace fra Israele e Palestina non contemplerà una confederazione tripartita composta dalle due parti più la Giordania e si concentrerà “fortemente” sulle esigenze di sicurezza israeliane. È quanto dichiarato dall’inviato speciale statunitense per i negoziati internazionali, Jason Greenblatt, che, l’8 ottobre, a New York, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha accettato di fornire a The Times of Israel una visione generale in merito al piano di pace che Washington proporrà a breve, senza tuttavia rilasciarne i dettagli.

Innanzitutto, il funzionario americano ha negato che l’amministrazione Trump stia valutando un progetto di confederazione composta da Israele, Palestina e Giordania. In proposito, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, avrebbe riferito, il mese scorso, di essere favorevole a tale eventuale confederazione tripartita – e, secondo Al Monitor, solo se tripartita, cioè solo se inclusiva di Israele – e di averlo comunicato a Greenblatt e al consigliere anziano di Trump, Jared Kushner, quando avevano richiesto il suo parere su tale possibile soluzione. Secondo Al Monitor, tuttavia, tale posizione è un modo per affondare la proposta, dal momento che è improbabile che Israele assecondi la condizione posta da Abbas.

In secondo luogo, Greenblatt ha affermato che il piano “sarà fortemente focalizzato sui bisogni di sicurezza di Israele”. Il tentativo di Washington di assecondare le preoccupazioni israeliane in materia di sicurezza, tuttavia, ha specificato il funzionario americano, non sarà portato avanti sacrificando totalmente le esigenze dei Palestinesi. “Vogliamo anche essere imparziali nei confronti dei Palestinesi”, ha rassicurato Greenblatt, aggiungendo che l’obiettivo americano è quello di “trovare un buon equilibrio”, posto che “non esistono soluzioni perfette” e che, pertanto, “ogni parte troverà in tale piano cose che non le piaceranno”. Il funzionario statunitense, tuttavia, ha sottolineato che il piano “comprenderà una risoluzione a tutte le questioni fondamentali, inclusa la questione dei profughi”.

Greenblatt, infine, ha espresso ottimismo anche in merito all’impegno cooperativo della comunità internazionale in proposito, rispetto al quale si è detto “molto incoraggiato”. “Non tutti i Paesi concordano su tutto ciò che stiamo facendo sul fronte israeliano e palestinese, ma non c’è stata una sola riunione in cui non ci sia stato detto che i Paesi avrebbero lavorato con noi”, ha spiegato Greenblatt, concludendo che, “nonostante le divergenze politiche” che ci possono essere, tutti hanno un “forte desiderio” di lavorare con gli Stati Uniti.

Il 26 settembre, durante un incontro con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a New York, a margine dell’Assemblea Generale della Nazioni Unite, Trump ha espresso esplicitamente, per la prima volta, il suo sostegno a una soluzione a due Stati, che prevede la creazione di uno Stato Palestinese indipendente. In quell’occasione, il leader della Casa Bianca ha dichiarato di ritenere che, a suo avviso, questa è la soluzione che “funzionerebbe meglio”. Tuttavia, poco dopo, Netanyahu ha replicato ai commenti del presidente americano, ribadendo che la sicurezza, innanzitutto nei territori a ovest della Giordania, che includono la Cisgiordania occupata, rimane la priorità di Israele in qualsiasi accordo di pace con i Palestinesi. “Sono disposto ad accettare che i Palestinesi abbiano l’autorità di governarsi, ma non avranno l’autorità di farci del male”, ha affermato in quell’occasione il leader israeliano. In seguito, Trump è tornato sull’argomento, chiarendo che, nonostante la sua invariata preferenza per una soluzione a due Stati, appoggerà qualsiasi soluzione su cui Israele e Palestina concordino. “Se Israeliani e Palestinesi vogliono uno Stato, per me va bene. Se vogliono due Stati, per me va bene. Sono felice, se loro lo sono”, ha dichiarato il presidente americano in conferenza stampa.

Un funzionario statunitense ha dichiarato a The Times of Israel, sotto condizione di anonimato, che Washington diffonderà il piano di pace nonostante l’atteggiamento di chiusura da parte della leadership palestinese, ma che il dialogo è essenziale per compiere progressi. L’Autorità Palestinese ha interrotto i contatti con l’amministrazione Trump, dopo che, il 6 dicembre 2017, questa ha riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele, trasferendovi da Tel Aviv l’ambasciata americana nel Paese mediorientale. Abbas ha criticato altresì la decisione di Washington di chiudere l’ufficio dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nella capitale americana e di tagliare le uscite destinate agli aiuti palestinesi e ai finanziamenti a vantaggio dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni unite che sostiene milioni di rifugiati palestinesi. La leadership palestinese, che richiede la fine dell’occupazione israeliana e uno Stato sovrano e indipendente, ha accusato la Casa Bianca di disonestà e di pregiudizi nei confronti di Israele e ha promesso di respingere a priori qualsiasi progetto di pace. Il funzionario americano ha criticato l’intransigenza della posizione palestinese, aggiungendo che, a differenza delle precedenti proposte di pace, che erano “brevi e vaghe”, l’imminente piano sarà “molto dettagliato” e offrirà alle parti “un’idea concreta di come potrebbe essere un accordo di pace”.

Il 26 settembre, Trump aveva comunicato che il piano di pace sarebbe stato proposto entro pochi mesi e, in particolare, entro la fine dell’anno. Per il momento, tuttavia, non è stata indicata la data esatta della presentazione di tale piano.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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