Israele: prepararsi ad una guerra contro Hamas

Pubblicato il 9 ottobre 2018 alle 12:36 in Israele Palestina

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Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato a tutti i politici di alto livello che Israele si sta preparando per la possibilità di una campagna militare nella Striscia di Gaza, qualora la situazione nell’enclave assediata peggiori ulteriormente. Tale eventualità potrebbe concretizzarsi nel caso in le condizioni umanitarie nel territorio causino ulteriori proteste sulla barriera di confine tra Gaza e Israele.

Il leader dello Stato Ebraico ha altresì asserito che, anche se spera che la realtà del disagio civile a Gaza diventi obsoleta, una simile possibilità non è realistica e, per questo motivo, Israele si preparando militarmente.

I commenti di Netanyahu fanno eco al ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, il quale ha avvertito che Israele ha il livello di preparazione militare più alto dell’ultimo decennio. “Siamo al massimo livello di preparazione dalla Guerra dei Sei Giorni” ha dichiarato Lieberman in un’intervista con il notiziario israeliano Ynet.

La guerra dei sei giorni fu combattuta nel 1976 e portò sotto il controllo di Israele la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai dall’Egitto, la Cisgiordania, Gerusalemme Est dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria.

Già il 4 ottobre, lo Stato Ebraico aveva annunciato di aver rafforzato significativamente la sua presenza militare al confine con la Striscia di Gaza, in vista delle proteste degli attivisti palestinesi previste per venerdì 5 ottobre. Cecchini, fanteria e veicoli corazzati erano stati trasferiti al confine, per impedire che le dimostrazioni potessero trasformarsi in un bagno di sangue. Israele ha deciso di schierare anche il suo sistema anti-razzo, Iron Dome, nella regione di confine. Quando interrogato sulla ragione di tali spostamenti, lo Stato Ebraico ha poi affermato che i rinforzi mirano a “contrastare il terrorismo e impedire la penetrazione di palestinesi nel proprio Paese lungo il recinto di confine di Gaza”.

La popolazione palestinese protesta settimanalmente lungo la recinzione ad est della Striscia di Gaza sin dal 30 marzo, data in cui è iniziata la cosiddetta di Marcia del Ritorno, il cui scopo è invocare il diritto dei palestinesi al ritorno in patria e la fine del blocco israeliano, in vigore da 11 anni. Le manifestazioni in questione si sarebbero teoricamente dovute concludere il 15 maggio, data in cui palestinesi ricordano la Nakba, o Catastrofe, un riferimento alla rimozione forzata di 750.000 palestinesi dalle loro case e villaggi per aprire la strada alla creazione di Israele nel 1948. I palestinesi sostengono che le loro proteste rappresentino un’ondata di rabbia popolare contro Israele. I residenti dei territori palestinesi invocano il diritto di ritornare nelle proprie case, dalle famiglie da cui sono stati allontanati o separati 70 anni prima, a causa della fondazione dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio 1948. Lo Stato Ebraico, dal canto suo, sostiene che le proteste e le manifestazioni siano organizzate dal gruppo islamista Hamas, il quale controlla la Striscia di Gaza e nega al Paese il diritto di esistere.

Israele ha accusato Hamas di aver sobillato le proteste per sviare l’attenzione dei cittadini dai problemi economici e dalla grave carenza di scorte energetiche di cui soffre Gaza, patria di 2 milioni di palestinesi, oltre metà dei quali sono rifugiati di guerra o loro discendenti. A partire da giugno del 2007, lo Stato Ebraico, insieme all’Egitto, ha imposto un blocco terrestre, aereo e marittimo dell’entrata nell’area della Striscia di Gaza governata da Hamas.

Diversi gruppi attivi per la tutela dei diritti umani e le Nazioni Unite hanno condannato l’uso della forza da parte di Israele per reprimere le manifestazioni, durante le quali almeno 193 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di difesa israeliane. Il leader dell’ala politica di Hamas, Yahya Sinwar, nella prima settimana di ottobre, ha dichiarato ad un giornale israeliano che sebbene “un’esplosione sia inevitabile, una nuova guerra [con Israele] non è nell’interesse di nessuno” e ha chiesto la fine dell’assedio su Gaza. “Non possiamo prevalere in uno scontro nucleare … e certamente [un’altra guerra] non è nel nostro interesse: dalla guerra non si guadagna nulla” ha affermatto Sinwar.

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Alice Bellante

di Redazione

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