Bugie, omicidi e inganni: la realtà saudita della guerra al dissenso

Pubblicato il 9 ottobre 2018 alle 9:54 in Arabia Saudita Medio Oriente

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La scomparsa e il presunto omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi ha messo in luce il sistema di repressione del dissenso messo in atto dal principe ereditario saudita, Mohamed bin Salman. Il noto giornalista Khashoggi è scomparso il 2 ottobre dopo essere entrato nel consolato del suo Paese a Istanbul. Egli viveva negli Stati Uniti dal 2017, in uno stato di esilio autoimposto, per evitare un possibile arresto.

Khashoggi era stato critico nei confronti di alcune politiche promosse dal principe ereditario saudita e aveva ripetutamente condannato l’intervento di Riyadh nella guerra in Yemen. La polizia turca crede che egli sia stato assassinato all’interno del consolato da una squadra saudita di 15 membri inviata a Istanbul, appositamente per l’omicidio. Il consolato saudita ha respinto tali affermazioni, giudicandole “senza fondamento”.

Amnesty International ha affermato che se le notizie sull’assassinio fossero vere, esse potrebbero marcare un punto critico nella soppressione della libertà di espressione da parte dell’Arabia Saudita. “Il Regno del Golfo utilizza regolarmente leggi draconiane per reprimere il dissenso pacifico in patria e ha persino arrestato i dissidenti all’estero. Ma la sparizione forzata e ora il denunciato l’assassinio di uno dei suoi cittadini che aveva cercato asilo all’estero dovrebbe far suonare dei campanelli d’allarme” ha dichiarato il gruppo.

Con poca esperienza al governo, il giovane Mohammed bin Salman, noto come Mbs, è salito al potere in soli 3 anni ed ora supervisiona tutti gli aspetti principali della politica, della sicurezza e dell’economia in Arabia Saudita. Come ministro della Difesa, Bin Salman ha lanciato una vasta campagna militare nello Yemen nel 2015, dove sono stati uccisi più di 10.000 civili, creando ciò che le Nazioni Unite hanno definito il “peggior disastro umanitario” del mondo.

Verso la fine di giugno 2017, il re saudita Salman ha designato il figlio Mohammed bin Salman come erede, sostituendo il nipote, Mohammed bin Nayef, come successore al trono. Solo poche settimane prima di essere nominato principe ereditario, Bin Salman ha guidato il blocco del Qatar, iniziato il 6 giugno. In seguito a ciò, tutti i collegamenti terrestri, marittimi e aerei verso il Paese confinante sono stati chiusi.

Da allora, Mohammed, alimentando il profilo pubblico di un riformatore, ha cercato di consolidare il suo potere sotto le spoglie della liberalizzazione economica e sociale, incarcerando però, allo stesso tempo, economisti, blogger, intellettuali, chierici e attivisti per i diritti umani. A conferma di ciò, nel settembre 2017, più di 20 influenti chierici e intellettuali sono stati arrestati per presunte azioni guidate da “terze parti straniere”. Tra questi era presente il religioso riformista Salman al-Awdah, la cui detenzione sembrava derivare da un tweet che avalla relazioni più calde con il Qatar. All’inizio di quest’anno, Awdah è stato ricoverato in ospedale dopo essere stato tenuto in isolamento per oltre 5 mesi. Come se non bastasse, nel mese di settembre, quando il processo per il religioso moderato è stato aperto a Riyadh, i pubblici ministeri sauditi hanno chiesto la pena di morte.

È stato proprio nel settembre 2017, durante un’ondata di arresti, che Khashoggi ha deciso di andare in esilio. Decisione che Amnesty International ha giudicato più che saggia, ritenendo che il giornalista sarebbe stato “in serio pericolo” e potenziale vittima di una serie di detenzioni arbitrarie, processi iniqui e lunghe pene detentive nel proprio Paese.

Nel novembre del 2017, diversi mesi dopo aver annunciato la fine di un divieto di guida per le donne, bin Salman ha incarcerato oltre 200 alti funzionari e uomini d’affari sauditi in una presunta campagna anti-corruzione. Secondo quanto riportato da The New Arab, la decisione in questione non sarebbe altro che un modo per consolidare la sua presa di potere sul Paese. Un centinaio di detenuti sono stati arginati nel lussuoso hotel Ritz-Carlton di Riyadh dopo essere stati arrestati. La maggior parte degli incriminati ha poi fornito incentivi monetari in cambio della libertà. Tuttavia, coloro che non hanno raggiunto un accordo finanziario potrebbero ancora essere sottoposti ad un processo. Durante i mesi di fermo, 17 dei detenuti sono stati ricoverati per maltrattamenti fisici, mentre un ufficiale militare saudita è morto in custodia dopo essere stato torturato, secondo quanto riferito dal New York Times.

Nello stesso mese, bin Salman fu criticato duramente per la decisione di sottoporre il primo ministro libanese, Saad Hariri, agli arresti domiciliari a Riyadh, costringendolo a dimettersi. In tale occasione, in seguito all’intervento della Francia, Hariri ritornò via Parigi in Libano, dove rassegnò le sue dimissioni.

Nel maggio del 2018, appena un mese prima che venisse revocato il divieto di guida per le donne, almeno 12 importanti attiviste sono state incarcerate senza alcuna accusa. Le vittime di detenzione avevano portato avanti una campagna per il pari diritto alla guida e per la fine del repressivo sistema di tutela maschile attivo in Arabia Saudita. In tale occasione, alcuni funzionari sauditi avevano accusato le donne di avere “contatti sospetti con parti straniere” e di minare la “stabilità” del Paese.

Anche nel mese di agosto, le autorità saudite hanno arrestato almeno altre 2 attiviste, tra cui Samar Badawi e Nassima al-Sadah. Badawi è la sorella del blogger incarcerato, Raif Badawi, il quale sta scontando una pena di 10 anni per il suo attivismo online. A seguito delle critiche all’arresto di Samar Badawi da parte del Canada, l’Arabia Saudita ha espulso l’ambasciatore canadese e ha imposto il rientro di migliaia di studenti sauditi in scambio in Canada. Riyadh ha anche minacciato di congelare tutti i nuovi accordi commerciali con Ottawa.

Sempre nel mese di agosto, l’Arabia Saudita tentato di imporre la pena di morte contro 5 attivisti per i diritti umani, tra cui Israa al-Ghomgham, la prima attivista femminile ad essere potenzialmente soggetta alla pena di morte per il suo lavoro sui diritti umani. Ghomgham, in qualità di attivista sciita che ha documentato manifestazioni di massa nella provincia orientale a partire dal 2011, era stata arrestata a casa sua insieme al marito nel dicembre 2015.

L’Arabia Saudita afferma di sostenere la libertà di espressione e respinge ogni accusa di detenzione ingiustificata e le accuse dell’assassinio di Khashoggi.

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Alice Bellante

di Redazione

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