Romania: fallito il referendum per rendere incostituzionali le unioni gay

Pubblicato il 8 ottobre 2018 alle 11:30 in Europa Romania

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Il referendum che ha avuto luogo in Romania tra il 6 ed il 7 ottobre per proibire costituzionalmente i matrimoni tra persone dello stesso sesso è fallito, perché non è stato raggiunto il quorum. I dati rilasciati dall’ufficio elettorale nazionale, riportati da Reuters, mostrano che l’affluenza alle urne si è attestata intorno al 20,4%, al di sotto del 30% necessario affinché la consultazione fosse valida.

L’obiettivo del referendum era quello di modificare l’Articolo 48 della Costituzione che, al primo comma, afferma che la famiglia “si fonda sul matrimonio libero e consensuale degli sposi, sulla loro piena uguaglianza, nonché sul diritto e sul dovere dei genitori di assicurare educazione ed istruzione ai loro figli”. Se la consultazione fosse passata, il termine “sposi” sarebbe stato sostituito con un riferimento specifico all’unione tra un uomo e una donna. Il referendum è stato avviato per iniziativa popolare, quando nel 2015 tre milioni e mezzo di cittadini hanno firmato una petizione per richiedere questo cambio costituzionale. Ad aver dato il via e ad aver sostenuto tale progetto è stata la Coalizione per la Famiglia, un’associazione di circa 30 organizzazioni non governative rumene che ha l’obiettivo di promuovere i valori della famiglia tradizionale. La Coalizione per la Famiglia, che ha ricevuto anche il sostegno della Chiesa Ortodossa, ha affermato che la formulazione dell’Articolo 48 della Costituzione, che contiene il termine “sposi”, neutro rispetto al genere, “potrebbe far sì che le coppie gay ottengano il diritto di sposarsi, in futuro”. Alle coppie dello stesso sesso ad oggi sono vietati non sono il matrimonio e le unioni civili, ma anche il diritto di vedersi riconosciuto un matrimonio celebrato all’estero.

Vlad Viski, membro del gruppo MozaiQ, una delle principali organizzazioni coinvolte nella difesa dei diritti della comunità LGBTQIA in Romania, ha affermato: “I cittadini hanno rifiutato di essere divisi e di odiarsi a vicenda, ed hanno respinto il coinvolgimento della Chiesa Ortodossa negli affari dello Stato”, definendo l’esito del referendum “una vittoria per la democrazia rumena”. Vlad Viski, durante una festa tenutasi per celebrare il risultato, ha inoltre dichiarato: “Riteniamo che i politici debbano ora legalizzare le unioni civili per le coppie dello stesso sesso”.

Il risultato ottenuto, ovvero il non raggiungimento del quorum, è stato possibile grazie anche al coinvolgimento di dozzine di gruppi per i diritti umani, che si sono impegnati a boicottare il referendum, anche con l’aiuto di artisti famosi. Reuters ha inoltre riportato che una catena di biblioteche ha offerto uno sconto sui libri durante il fine settimana per coloro che volessero rimanere e leggere piuttosto che andare a votare.

Il voto era stato considerato un test di popolarità per il Partito Social Democratico rumeno (PSD), attualmente al governo, che ha sostenuto il referendum. L’esecutivo della Romania è stato oggetto di critiche da parte della Commissione Europea con riferimento ai tentativi di modificare la legislazione relativa al sistema giudiziario, al fine di decriminalizzare alcuni reati legati alla corruzione. Il monito più recente è arrivato il 3 ottobre, durante un dibattito sullo stato di diritto in Romania, da parte di Frans Timmermans, il vice-Presidente della Commissione Europea, che ha chiesto alle autorità di Bucarest di portare avanti delle indagini al fine di evitare che le riforme giudiziarie portate avanti nel Paese abbiano un impatto negativo sull’indipendenza della magistratura e sull’efficacia della lotta contro la corruzione. Tuttavia, il test sembra non essere andato a buon fine, come spiega Sergiu Miscoiu, professore di Scienze Politiche all’Università Babes-Bolyai, che ha definito l’esito del referendum “una grande sanzione contro il Governo”.

Le spese per il referendum ammontano a circa 40 milioni di dollari.

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Cristina Lipari

di Redazione

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