Mediterranea: la nuova missione di salvataggio al largo della Libia

Pubblicato il 5 ottobre 2018 alle 10:27 in Immigrazione Italia

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Il rimorchiatore italiano Mare Jonio è partito dal porto di Augusta, in Sicilia, per compiere attività di monitoraggio al largo della Libia, su iniziativa di alcune ong che hanno dato il via all’Operazione Mediterranea. I promotori del progetto umanitario sono diverse associazioni, tra cui Ya Basta di Bologna, Sea Watch e Proactiva Open Arms, le quali hanno annunciato che si tratta di un’azione di “disobbedienza morale” alle politiche del ministro dell’interno, Matteo Salvini. Il garante dell’iniziativa è un gruppo parlamentare, formato da Erasmo Palazzotto, Nicola Frantoianni, Rossella Muroni e Nichi Vendola, che hanno finanziato il progetto, del valore di circa 700.000 euro, grazie all’appoggio di Banca Etica.

Mare Jonio, ribattezzato anche “Mediterranea”, dal nome dell’operazione, si torva già in acque internazionali, ed il suo equipaggio ha annunciato di essere pronto a salvare vite umane. “Rispetteremo tutte le norme vigenti, speriamo lo facciano anche le istituzioni”, ha precisato. La nave è lunga 37 metri e larga 9 e può trasportare fino a 100 persone. Al momento, a bordo sono presenti gli 11 membri dell’equipaggio. Mediterranea è seguita da altre 2 imbarcazioni con a bordo diversi giornalisti, di cui una è la Astral, della ong spagnola Open Arms, che fornirà anche supporto tecnico. Secondo quanto riferito da SkyTg24, attualmente, Mediterranea costituisce l’unica missione di soccorso al largo della Libia.

Salvini ha commentato il progetto in diretta Facebook dal Viminale, dichiarando che Mediterranea non farà mai sbarcare i migranti in un porto italiano. “Fate quello che volete, prendete il pedalò, io sono democratico, andate in Tunisia, Libia o Egitto, ma in Italia nisba. Potete raccogliere chi volete però in Italia non ci arrivate”, ha affermato Salvini.

L’annuncio della missione è avvenuto il giorno seguente al quinto anniversario della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, in cui morirono quasi 400 migranti. Quel giorno, un peschereccio con oltre 500 cittadini di origine eritrea a bordo, partito dal porto di Misurata, nell’Ovest della Libia, naufragò a poche miglia dall’isola italiana, causando la morte di 368 persone e la dispersione di altre 20, mentre i superstiti furono complessivamente 155. Tale episodio spinse l’allora governo Letta ad attuare l’operazione Mare Nostrum, avviata ufficialmente il 18 ottobre di quell’anno, per far fronte all’emergenza umanitaria che era in corso nello Stretto di Sicilia per via dei crescenti flussi migratori.

Da quando Salvini è salito alla guida del Ministero dell’Interno, il primo giugno scorso, oltre ad aver chiuso i porti italiani alle imbarcazioni delle ong e delle missioni europee, ha dichiarato di volere un cambio del piano operativo sui porti di sbarco della missione Sophia, affinché l’Italia non sia più il principale porto di sbarco d’Europa. L’Operazione Sophia è stata lanciata il 22 giugno 2015 dall’Unione Europea, con lo scopo di contrastare l’attività illegale dei trafficanti di esseri umani lungo il Mediterraneo centrale. Vi partecipano 26 Paesi su 28, ad esclusione di Danimarca e Slovacchia. Dall’ottobre 2016, gli ufficiali della missione sono impegnati nel sostegno e nell’addestramento della Guardia Costiera e della marina libica. Ad oggi, sono stati addestrati complessivamente 237 Guardiacoste e militari della Marina Libica, mentre sono state neutralizzate 551 imbarcazioni e 151 presunti trafficanti di esseri umani, che sono stati consegnati alle autorità italiane. Inoltre, sono stati effettuati 2.199 accertamenti sul rispetto dell’embargo delle armi.

Consulta l’archivio sull’immigrazione di Sicurezza Internazionale, dove troverai centinaia di articoli in ordine cronologico.

Sofia Cecinini

di Redazione

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