Le mogli dell’ISIS: pena di morte e sentenze lampo in Iraq

Pubblicato il 5 ottobre 2018 alle 15:28 in Iraq Medio Oriente

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Nelle terre liberate dallo Stato Islamico vige il caos e l’assenza di un piano per gestire le mogli e le figlie dei combattenti dell’ISIS, in buona parte straniere, ne è la prova schiacciante. In Iraq, molte delle donne che una volta vivevano nel califfato hanno subito processi e condanne a morte con l’accusa di sostegno al terrorismo. Molte altre attendono la loro sorte, nella prigione femminile di Baghdad. 

Amina Hassan, è una donna turca sotto processo. Racconta al giudice di essere entrata illegalmente in Siria e in Iraq con la sua famiglia, per vivere nel cosiddetto califfato dello Stato islamico, per più di due anni. Ma, aggiunge: “Non ho mai preso soldi dall’ISIS. Ho portato i miei dalla Turchia”. In un tribunale pieno di casi del genere, la casalinga di 42 anni ha avuto 2 minuti per difendersi dalle accuse di sostegno allo Stato islamico. L’intero processo è durato 10 minuti. La condanna: morte per impiccagione. La sua sedia vuota accoglie un’altra donna turca, le accuse sono le stesse. Poi un’altra e ancora un’altra. Nel giro di due ore, 14 donne sono state processate. Molte di queste affrontano la pena capitale.

I giornalisti di importanti testate di tutto il mondo, dall’interno del Tribunale Centrale di Baghdad, raccontano le storie di queste donne. In Siria, le mogli e le figlie dei combattenti dell’ISIS vivono in un vuoto amministrativo e non subiscono processi, a meno che non siano siriane. In Iraq, la legge anti-terrorismo si applica su qualsiasi nazionalità e prevede pene più leggere in caso di cittadino straniero. Numerose donne finiscono per pagare per tutta la vita l’errore tragico di aver seguito l’uomo sbagliato nel posto sbagliato: il califfato dello Stato Islamico. Secondo la legge antiterrorismo irachena del 2005, le mogli dei combattenti dell’ISIS rischiano una condanna che va dai 15 anni alla pena di morte. Le donne di nazionalità straniera, che vivevano nello Stato Islamico, rischiano l’ergastolo in prigione, che in Iraq è di 20 anni.

Marta Bellingreri, sul quotidiano Al-Monitor, riporta le storie di alcune donne, uomini e bambini che si trovano nella parte irachena del limbo post-ISIS. Racconta di Samira, una donna dell’Azerbaigian, dalla pelle chiara e dagli occhi verdi. Samira ha incontrato il marito turco tramite i social media. “Il nostro primo incontro è stato in Turchia”, ha riferito al giudice durante la sua prima udienza. “Ci siamo sposati e abbiamo deciso di andare a vivere in Siria. Era il 2015. Abbiamo vissuto quasi un anno in Siria e un anno in Iraq, dove eravamo divorziati”. Con lei sua figlia di 2 anni, Safiya. “Dov’è tuo marito adesso?” Le chiede il giudice. “Non lo so. Ho perso le sue notizie durante la battaglia di Mosul nel 2017 “, risponde Samira. Non ci sono testimoni o prove nel processo di questa donna che possano cambiare il suo destino. La attende l’ergastolo per favoreggiamento dello Stato Islamico. Dopo di lei, molte donne russe sono in attesa del loro turno per vedere il giudice, tuttavia il traduttore russo non è disponibile tutti i giorni, quindi aspettano. 

Si stima che fino a 1.000 donne sono detenute presso il Centro di Correzione Iracheno, la prigione femminile, situata a nord di Baghdad. Con loro ci sarebbero almeno 820 bambini. Le donne sono accusate di essere affiliate all’ISIS. Allo stesso tempo, nell’ala maschile della stessa prigione, le celle degli uomini sono sempre piene. Il 70% degli uomini detenuti a Baghdad sono accusati di essere membri dell’ISIS e hanno già superato le udienze investigative in tribunali minori. L’altro 30% sono criminali comuni. Così, racconta al-Monitor, un ladro di auto siede accanto ad uno che potrebbe aver commesso crimini di guerra. Il giudice Abdallah inizia le udienze alle 9:00 e termina alle 3:00, dalla domenica al giovedì. “Con i combattenti ISIS, non finirà presto. Ne avremo almeno per il prossimo anno “, ha dichiarato ad Al-Monitor Firas al-Khazali, un avvocato del tribunale.

Circa 20.000 persone sono detenute nelle prigioni di tutto l’Iraq per crimini legati allo Stato Islamico. La grande maggioranza dei prigionieri è stata arrestata durante la lunga battaglia per Mosul e la campagna militare che ha portato alla liberazione di un terzo del territorio iracheno dallo Stato Islamico, dopo tre anni di occupazione. Sono state presentate circa 3.000 prove durante i processi e ad oggi il 98% dei prigionieri risultano essere stati condannati. Su Al-Monitor, si racconta di Ahmed, che sostiene di essere innocente. Le accuse contro di lui si basano su rapporti di informatori segreti. Il giudice gli fa diverse domande, una dietro l’altra. Gli chiede se lavorasse per la polizia islamica, lui nega. Continua a chiede se fosse andato alla scuola militare, se avesse partecipato ad azioni terroristiche, se abbia mai combattuto in battaglia, se abbia ricevuto uno stipendio dall’ISIS. No, no, no, no, signore. Nega tutto. “Mi hanno trascinato in strada. Mi hanno costretto. Sono innocente “, ha affermato Ahmed. La condanna, per lui, ha previsto 20 anni di detenzione, l’ergastolo.

In media, le udienze durano 10 minuti e la vita dei prigionieri dipende da domande rapide. Circa 300 esecuzioni sono già state eseguite. “Il problema è che le confessioni sono spesso ottenute sotto tortura, ma molte persone sono davvero innocenti e non hanno alcuna possibilità di difendersi o di salvarsi”, ha riferito Khazali ad Al-Monitor. “I giudici e gli avvocati temono ritorsioni e rischiano di essere accusati, a loro volta, di essere sostenitori dell’SIS, se per caso cercano di difendere un possibile innocente”. L’Iraq ha dichiarato la vittoria sullo Stato Islamico il 9 dicembre 2017, ma questo continua a condurre attentati, sempre meno sporadici, e a gestire cellule dormienti nel Paese, in particolare nel nord, attorno alla seconda città irachena di Mosul. Negli ultimi mesi si sono verificate numerose azioni terroristiche in Iraq, che hanno interessato le forze di sicurezza e le aree prevalentemente dominate dagli sciiti. 

Le forze di sicurezza effettuano arresti giornalieri di membri dell’ISIS a Mosul e in tutto l’Iraq. Ai confini siriano-iracheni, nelle zone desertiche dove si crede che la maggior parte dei combattenti sopravvissuti operino, la battaglia non è mai finita. Nell’agosto 2018, una squadra di investigatori delle Nazioni Unite ha iniziato a raccogliere prove di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, contro il popolo yazidi e altre minoranze, da utilizzare nei tribunali iracheni. Il governo iracheno, tuttavia, non ha autorizzato la squadra delle Nazioni Unite ad indagare sui crimini di guerra commessi, invece, dall’esercito e dalle milizie irachene durante la battaglia contro l’ISIS. “Se non indaghiamo sui crimini di guerra”, spiega Khazali, “se non ascoltiamo gli innocenti, l’ISIS cambierà nome, ma non cambierà volto”. Lo Stato Islamico è stato sconfitto sul terreno, oggi, ma la guerra, in Iraq, non è ancora finita. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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