Israele rafforza la presenza militare al confine con Gaza

Pubblicato il 5 ottobre 2018 alle 14:16 in Israele Palestina

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Lo Stato di Israele, il 4 ottobre, ha annunciato di aver rafforzato significativamente la sua presenza militare al confine con la Striscia di Gaza, in vista delle proteste degli attivisti palestinesi previste per venerdì 5 ottobre.  

Cecchini, fanteria e veicoli corazzati sono stati trasferiti al confine, per impedire che le dimostrazioni possano trasformarsi in un bagno di sangue. Israele ha deciso di schierare anche il suo sistema anti-razzo, Iron Dome, nella regione di confine. Quando interrogato sulla ragione di tali spostamenti, lo Stato Ebraico ha poi affermato che i rinforzi mirano a “contrastare il terrorismo e impedire la penetrazione di palestinesi nel proprio Paese lungo il recinto di confine di Gaza”.

La popolazione palestinese protesta settimanalmente lungo la recinzione ad est della Striscia di Gaza sin dal 30 marzo, data in cui è iniziata la cosiddetta di Marcia del Ritorno, il cui scopo è invocare il diritto dei palestinesi al ritorno in patria e la fine del blocco israeliano, in vigore da 11 anni. Le manifestazioni in questione si sarebbero teoricamente dovute concludere il 15 maggio, data in cui palestinesi ricordano la Nakba, o Catastrofe, un riferimento alla rimozione forzata di 750.000 palestinesi dalle loro case e villaggi per aprire la strada alla creazione di Israele nel 1948. I palestinesi sostengono che le loro proteste rappresentino un’ondata di rabbia popolare contro Israele. I residenti dei territori palestinesi invocano il diritto di ritornare nelle proprie case, dalle famiglie da cui sono stati allontanati o separati 70 anni prima, a causa della fondazione dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio 1948. Lo Stato Ebraico, dal canto suo, sostiene che le proteste e le manifestazioni siano organizzate dal gruppo islamista Hamas, il quale controlla la Striscia di Gaza e nega al Paese il diritto di esistere.

Israele ha accusato Hamas di aver sobillato le proteste per sviare l’attenzione dei cittadini dai problemi economici e dalla grave carenza di scorte energetiche di cui soffre Gaza, patria di 2 milioni di palestinesi, oltre metà dei quali sono rifugiati di guerra o loro discendenti. A partire da giugno del 2007, lo Stato Ebraico, insieme all’Egitto, ha imposto un blocco terrestre, aereo e marittimo dell’entrata nell’area della Striscia di Gaza governata da Hamas.

Diversi gruppi attivi per la tutela dei diritti umani e le Nazioni Unite hanno condannato l’uso della forza da parte di Israele per reprimere le manifestazioni, durante le quali almeno 193 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di difesa israeliane. Il leader dell’ala politica di Hamas, Yahya Sinwar, nella prima settimana di ottobre, ha dichiarato ad un giornale israeliano che sebbene “un’esplosione sia inevitabile, una nuova guerra [con Israele] non è nell’interesse di nessuno” e ha chiesto la fine dell’assedio su Gaza. “Non possiamo prevalere in uno scontro  nucleare … e certamente [un’altra guerra] non è nel nostro interesse: dalla guerra non si guadagna nulla” ha affermatto Sinwar.

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Alice Bellante

di Redazione

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