Le politiche di Trump stanno aiutando la Cina?

Pubblicato il 4 ottobre 2018 alle 6:51 in Cina USA e Canada

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Il primo anno di presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump sta per concludersi e, secondo molti analisti occidentali, gli ultimi 12 mesi hanno rappresentato un fallimento strategico nei rapporti Cina-Stati Uniti.

Negli ultimi mesi, sui media occidentali, si è diffusa una lettura diversa di ciò che accaduto nell’ultimo anno. Secondo tale visione, la pressione che il presidente Trump ha esercitato sulla Cina starebbe funzionando e causerebbe preoccupazione ai leader cinesi. Le due tornate di dazi commerciali imposti da Trump alle importazioni dalla Cina – 25% su merci per un valore complessivo di 250 miliardi di dollari – avrebbero inflitto un duro colpo all’economia cinese che sta vivendo un rallentamento, secondo i sostenitori di questa visione del mondo. Tali analisti vedono anche nell’incontro del luglio scorso tra Trump e il presidente della Commissione Europea Juncker un momento di unione dell’Occidente contro la Cina e affermano che vi siano delle correnti di malcontento all’interno del territorio cinese stesso nei confronti della politica accentratrice del presidente Xi Jinping.

Questa lettura sembra essere in netta contrapposizione con la realtà dei fatti. Il presidente Trump, nonostante le tensioni commerciali sempre più forti tra le due superpotenze, rappresenta una sorta di capo ideale della Casa Bianca per fare gli interessi di Pechino, secondo l’analisi di Lu Yandong su Foreign Affairs.

La politica “America First” del presidente Trump lo ha portato ad uscire dal Partenariato Trans-Pacifico proprio all’inizio del suo mandato, lo ha spinto a intraprendere un approccio duro nei confronti dei rapporti commerciali con il Giappone e a parlare di una rimozione delle truppe statunitensi presenti in Corea del Sud. Si tratta di una serie di mosse che stanno accelerando il declino dell’influenza statunitense in Asia, nel pieno interesse della Cina che può espandere la sua in modo sempre più velocemente. Pechino difficilmente poteva sperare di trovare un Presidente degli Stati Uniti più collaborativo, scrive Lu Yandong.

Inoltre, la realtà dei fatti mostra come i conti economici siano dalla parte della Cina. Molti analisti occidentali ignorano quali siano le carte in mano a Pechino nel teso gioco degli scambi commerciali. È vero che la Cina vanta un surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti pari a 370 miliardi di dollari – il che significa che le importazioni Usa dalla Cina sono di gran lunga superiori alle esportazioni – ma bisogna comprendere nelle mani di chi si concentra tale ricchezza. La maggior parte delle esportazioni cinesi che i dazi voluti dal presidente Trump colpiscono è rappresentata da merci prodotte o commercializzate non tanto dalle aziende cinesi, quanto da quelle di Taiwan, della Corea del Sud e dalle stesse aziende statunitensi. Un esempio per tutti è quello della Apple. Gli I-phone vengono prodotti nelle fabbriche che ricorrono a forza lavoro cinese su commissione di aziende taiwanesi e commercializzati dalla Apple, un gigante degli Stati Uniti. Il premier cinese, Li Keqiang, in un avvertimento sulle conseguenze di una guerra commerciale Usa-Cina aveva ricordato, nel marzo 2018, come il 90% dei profitti provenienti dalle importazioni cinesi andavano a vantaggio diretto delle aziende Usa.

La Cina, finora, ha risposto ai dazi voluti dal presidente Trump, alimentando il senso di crisi che questi avevano generato, ma i leader di Pechino non si sono esposti particolarmente, lasciando l’iniziativa al Presidente americano. Anzi, nel mese di maggio il vice-premier Liu He ha proposto una via d’uscita alla guerra commerciale dichiarando che la Cina avrebbe potuto aumentare le sue importazioni di prodotti statunitensi di 200 miliardi di dollari entro il 2020. Il presidente Trump non ha colto il segnale di distensione e ha proseguito sulla linea di dazi e sanzioni.

Pechino si rende conto che la contraddizione principale attuale nei rapporti con Washington è strutturale, scrive l’analista cinese di Foreign Affairs. Man mano che la Cina si avvicina sempre di più agli Stati Uniti, sia a livello economico che militare, le tensioni sono inevitabili. Nessuno a Pechino si aspetta che gli Usa rinuncino alla loro posizione di leadership globale senza combattere e tutti sono consapevoli che il processo sarebbe stato complesso, a prescindere da chi avesse vinto le elezioni presidenziali americane del novembre 2016.

La leadership cinese sa bene che dovrà affrontare sfide e tensioni nel lungo periodo, ma il governo cinese ha le idee molto chiare sulla via che intende percorrere. Una via fatta di risoluzione dei problemi interni più pressanti, di crescita economica di qualità, di espansione dell’influenza internazionale della Cina. Nessuna pressione esterna proveniente dagli Stati Uniti farà vacillare gli alti ranghi di Pechino dal percorrere questa strada e le politiche di Donald Trump che mirano a dipingere la Cina come un nemico, sembrano essere destinate a rendere le cose più semplici per Xi Jinping e il suo governo, conclude l’analisi Lu Yandong.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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