Le mogli dell’ISIS: i campi di detenzione in Siria

Pubblicato il 4 ottobre 2018 alle 15:30 in Medio Oriente Siria

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Nelle terre liberate dallo Stato Islamico vivono le mogli e le figlie dei combattenti dell’ISIS, in buona parte straniere: il loro destino è un’incognita. Mentre in Iraq rischiano la vita in processi lampo, in Siria, queste donne sono detenute in campi di fortuna, in un’area sotto il controllo di nessuna autorità riconosciuta a livello internazionale e con poche possibilità che i Paesi d’origine gli permettano di tornare.

“Ci hanno detto di lasciare lo Stato Islamico e siamo partiti, ma siamo ancora considerati dell’ISIS”, ha affermato la signora Ibrahim, 31 anni. “Quindi chi è responsabile per noi? Chi determinerà il nostro destino?”, ha aggiunto, in lacrime. Quando suo marito ha sradicato la loro famiglia dal Marocco per vivere sotto lo Stato islamico, in Siria, Sarah Ibrahim non ha avuto altra scelta se non quella di seguirlo. Dopo che è scomparso – lei crede che sia stato ucciso durante un attacco aereo su una prigione – è fuggita con i suoi due figli. Sono stati catturati l’anno scorso e da allora sono trattenuti in un campo di detenzione nel nord-est della Siria. Sarah e i suoi figli sono tra le oltre 2000 donne e bambini stranieri detenuti in questi campi. Il New York Times racconta la realtà di queste persone intrappolate in un limbo legale e politico senza via d’uscita prevedibile. I loro Paesi d’origine non vogliono queste persone indietro, temendo che possano diffondere l’ideologia islamista radicale. Anche le autorità curde che amministrano questa zona di guerra non vogliono che rimangano lì e affermano di non poter detenere indefinitamente cittadini di altri Paesi.

Il cosiddetto califfato dello Stato Islamico, che un tempo si estendeva in vaste aree tra la Siria e l’Iraq, ha raccolto decine di migliaia di simpatizzanti provenienti da tutto il mondo, riunitisi per combattere o per vivere in quella che era considerata una pura società islamica. Tra di loro vi erano molte donne, alcune delle quali portate dai mariti o dai padri. Altre arrivarono sole e si sposarono nello Stato Islamico, o furono costrette a sposarsi, dopo essersi stabilite in quelle aree. Tuttavia, mentre in quell’area il califfato crollava sotto gli attacchi delle milizie curde, sostenute da una coalizione militare guidata dagli Stati Uniti, molti dei mariti e dei padri di queste donne furono uccisi o catturati. Le mogli e i bambini sopravvissuti finirono in campi di detenzione, soli ed indesiderati. “Stiamo lavorando responsabilmente, ma la comunità internazionale cerca di fuggire dalle proprie responsabilità”, ha dichiarato Abdul-Karim Omar, un funzionario dell’amministrazione locale, incaricato di persuadere i governi a riportare indietro i propri cittadini. Lui stesso riconosce questi tentativi non hanno avuto molto successo.

In una visita rara al più grande di questi campi, noto come Roj, i funzionari curdi hanno permesso ai giornalisti del New York Times di intervistare le donne arabe, ma hanno gli hanno proibito di intervistare o fotografare le donne occidentali, per timore che questo possa complicare i negoziati con i loro governi per il ritorno a casa. Tuttavia, i giornalisti dal campo hanno raccontato di aver parlato in modo informale con donne provenienti da Francia, Germania, Danimarca, Olanda e un certo numero di Paesi arabi. Alcune hanno raccontato di essere state costrette dai mariti ad andare in Siria. Altre hanno ammesso che tale decisione era stata un loro errore, per il quale i loro bambini stavano ingiustamente pagando il prezzo. “Certo che abbiamo commesso degli errori, ma chiunque può commettere un errore”, ha affermato una donna tedesca. Aveva 24 anni, era venuta in Siria con il marito, tedesco anche lui, e con i tre figli. Come molte donne nel campo, ha riconosciuto di essersi recata volontariamente in Siria, ma ha raccontato di come la vita sotto i jihadisti era stata peggiore di quanto si aspettasse. Il problema maggiore era che, una volta entrati nello Stato Islamico, era impossibile fuggire. “Non c’era modo di andare via”, ha raccontato. “O finisci in prigione o ti uccidono”, ha aggiunto.

Una delle donne francesi, una ragazza di 28 anni, madre di tre bambini, ha definito la sua avventura in Siria un enorme errore. I circa 1.400 stranieri al Roj Camp provengono da circa 40 paesi, tra cui Turchia, Tunisia, Russia e Stati Uniti, ha affermato Rasheed Omar, supervisore del campo. Le donne sono generalmente ben educate, ha detto, anche se è difficile determinare quali ruoli potrebbero aver svolto sotto i jihadisti e quanta parte dell’ideologia sostengono ancora. “Ci sono alcuni di loro che stanno ancora seguendo l’ideologia, e ce ne sono altri che sono venuti perché pensavano di trovare il paradiso e hanno scoperto che era un inferno”, ha aggiunto. La signora Ibrahim, ad esempio, ha raccontato di essere inorridita dalle esecuzioni pubbliche, dai loro ordini sull’abbigliamento delle donne e dal divieto di ascoltare la musica, persino nella sua stessa casa. Per gestire il post-ISIS, la Siria ha istituito tribunali ad hoc per processare i siriani per i crimini commessi sotto lo Stato islamico, ma tali tribunali non si occupano di accuse contro cittadini stranieri. Di conseguenza, le donne e i bambini nei campi non sono stati accusati di crimini. La più grande preoccupazione, in questo contesto, sono i bambini, molti dei quali piccoli, che non hanno scelto di unirsi ai jihadisti. Ci sono più di 900 bambini al Roj Camp, molti con problemi di salute, che non vanno a scuola da anni e non hanno alcun tipo di cittadinanza ufficiale.

Nadim Houry, direttore del programma di terrorismo e anti-terrorismo per Human Rights Watch, ha affermato che donne e bambini in Siria sono rimasti bloccati in un “vuoto legale”. Il diritto internazionale richiederebbe ai loro Paesi di accoglierli se tornassero a casa, ma non obbliga i loro governi a rimpatriarli attivamente. La maggior parte degli europei vuole tornare a casa, anche se questo significa essere processati, ma pochi arabi sono della stessa opinione, temendo la tortura o la pena capitale nei Paesi d’orgine. Nel frattempo, non sono in attesa di processo per crimini che avrebbero potuto commettere, ma non sono neanche liberi di andarsene. “Alcune di loro potrebbero aver commesso crimini, ma la maggior parte erano probabilmente casalinghe, quindi non possono semplicemente essere ammassate insieme a persone responsabili di decapitazioni”, ha riferito Houry. “Quello che preoccupa è che molti degli occupanti del campo sono bambini piccoli”.

Finora, pochi Paesi hanno riaccettato i loro cittadini. La Russia ha rimpatriato circa 35 donne e bambini e l’Indonesia ha ritirato una famiglia di circa 15 persone. Un funzionario locale ha aggiunto che ci sono trattative in corso con il Canada e la Danimarca, ma non si è ancora giunti ad alcun risultato. Molti altri Paesi hanno semplicemente ignorato le richieste di rimpatrio. Dua Mohammed, 44 anni, ha raccontato di essere venuta dall’Egitto in Siria con suo marito, attratto dall’idea dello Stato Islamico. “Quello che abbiamo visto lì in realtà non era quello che ci aspettavamo”, ha raccontava. “Ciò che vivevamo lì non era quello per cui eravamo venuti”. L’anno scorso, la sua famiglia è riuscita a fuggire ed è stata detenuta dalle forze democratiche siriane, la milizia a guida curda che sta collaborando con la coalizione a guida americana per combattere i jihadisti. È finita nel campo con i suoi quattro figli, dai 6 ai 15 anni, e suo marito è stato messo in prigione, racconta la donna. Da allora non ha più sue notizie. La totale mancanza di un piano per gestire tali situazioni è la prova che nei territori liberati dall’ISIS la battaglia non sia ancora finita, il caos regna sovrano e non è prevedibile come tutto questo andrà a finire. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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