Brasile: le proteste non fermano Bolsonaro

Pubblicato il 3 ottobre 2018 alle 6:04 in America Latina Brasile

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Le proteste non scalfiscono la campagna di Jair Bolsonaro. Negli stessi giorni in cui migliaia di persone sono scese in piazza in 34 città del Brasile per protestare contro le prese di posizione misogine e omofobe del candidato di estrema destra, e in concomitanza con una polemica dichiarazione (poi ritrattata) secondo cui non avrebbe accettato alcun risultato che non fosse la sua elezione a presidente, Jair Bolsonaro supera nei sondaggi la soglia psicologica del 30%. 

Le ultime rilevazioni assegnano al leader della destra radicale il 31% delle intenzioni di voto, contro il 21% di Fernando Haddad, del Partito dei Lavoratori. Distanziati il socialdemocratico Ciro Gomes accreditato dell’11% e il liberal-democratico Geraldo Alckmin, al 9%. La verde Marina Silva, seconda fino a poche settimane fa, cade fino al 3%. 

L’aumento dei consensi di Bolsonaro, il secondo più forte (+3% rispetto alla scorsa settimana) dopo quello seguito all’attentato subito il 6 settembre scorso quando venne accoltellato all’addome, dà ragione ai politologi che sottolineavano come le manifestazioni non riguardano l’elettorato, deciso e potenziale, del candidato di estrema destra. Non solo, gli esperti sottolineano come, di settimana in settimana, si riduce la forbice tra i sostenitori di Bolsonaro e coloro che respingono l’idea di vederlo presidente (il 44% dei brasiliani secondo l’ultima rivelazione). Inoltre gli analisti evidenziano che il 44% che rifiuta Bolsonaro è quasi eguagliato dal 40% che non vuole Haddad come presidente (quindici giorni fa era il 27%).

A complicare la corsa di Haddad, la decisione del giudice Sergio Moro, incaricato delle indagini su “Lava Jato”, la tangentopoli brasiliana che ha portato all’arresto e alla condanna dell’ex presidente Lula da Silva, di rendere note le confessioni dell’ex ministro António Paolocci, finora secretate. Secondo Paolocci, il 90% delle misure parlamentari approvate durante i mandati del Partito dei Lavoratori, prima con Lula (2002-10) e poi con Dilma Rousseff (2010-16), erano conseguenza di una qualche forma di corruzione. 

Geraldo Alckmin, conservatore ex governatore di San Paolo, quarto secondo i sondaggi e non accreditato neppure del 10% delle intenzioni di voto, ha fatto l’analisi più dolorosa e, probabilmente, certa della situazione durante il dibattito televisivo dei candidati domenica 30 settembre: “la metà della popolazione non vuole la destra radicale [da Bolsonaro] l’altra metà non vuole la sinistra radicale [Haddad]”. Sennonché finora non è emersa con forza una candidatura alternativa e domenica i brasiliani saranno chiamati alle urne, per un voto che si prospetta quanto mai radicalizzato.

 

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Traduzione dal portoghese e redazione a cura di Italo Cosentino

 

di Redazione

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