L’Aia dà ragione al Cile: la Bolivia non avrà il mare

Pubblicato il 2 ottobre 2018 alle 11:20 in Bolivia Cile

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La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha dato ragione al Cile nella causa intentata dalla Bolivia per ottenere uno sbocco al mare sovrano. Santiago non sarà obbligata a negoziare con La Paz un accesso all’Oceano Pacifico che la Bolivia perse nella guerra del 1879-1884. Il governo di Evo Morales intendeva ridurre “la dipendenza e i costi logistici” che il paese andino deve pagare per esportare le sue merci attraverso i porti cileni. 

“Nessun trattato fra i due paesi, né alcun trattato internazionale firmato da entrambi obbliga il Cile a negoziare un accesso sovrano della Bolivia all’Oceano Pacifico” – ha dichiarato Abdulqawi Ahmed Yusuf, presidente del tribunale. I giudici della corte hanno respinto le richieste boliviane, presentate alla Corte dell’Aia nel 2013, per 12 voti a 3.

Dal 1904, data del trattato di pace, la Bolivia dispone di libero transito di merci e persone verso i porti cileni di Arica e Antofagosta, sul Pacifico, ma il presidente Morales pretendeva un accesso sovrano e non un mero diritto di passaggio, facendo della controversia giuridica con il Cile uno degli assi della politica estera boliviana degli ultimi anni. La costituzione boliviana riconosce il mare (cui il paese non ha accesso, unico paese latinoamericano con il Paraguay) come “bene comune”, la disputa con Santiago era quindi per Morales una “politica di stato”.

“Dal presidente Morales abbiamo ascoltato sin troppe cose ora è il momento di dare ascolto ai giudici” – ha comunicato laconicamente il governo di Santiago, prima di aggiungere che “la Corte dell’Aia non è un tribunale di storia, ma di diritto”.

La sentenza ha provocato “costernazione e dispiacere” in Bolivia, e il presidente Morales ha ribadito che continuerà a cercare una soluzione in altre istanze internazionali, ma l’opposizione accusa il governo e le personalità politiche avverse a Morales, come l’ex presidente Carlos Mesa, che si sono unite entusiaste alla disputa con Santiago, di essere responsabili dei “costi politici del fallimento”. Per il presidente della Bolivia è un rovescio politico importante a pochi mesi dalle elezioni in cui concorrerà per un quarto mandato, dopo aver fatto cambiare la costituzione che glielo impediva.

Sui social network il presidente boliviano è oggetto di critiche pesanti. Alcuni fanno riferimento al contrasto tra l’ottimismo instillato da coloro che hanno promosso la querela e l’inappellabilità con cui la sentenza dà ragione al Cile. Altri sottolineano il costo economico, oneroso per il paese, del caso e le possibili conseguenze della sentenza sulle già difficili relazioni bilaterali tra Bolivia e Cile.

Soddisfazione a Santiago, dove la sentenza era attesa con timore dopo che, nel 2014, il paese era stato costretto a cedere al Perù 20.000 Km di acque territoriali. La camera cilena era riunita in sessione plenaria collegata in diretta con i Paesi Bassi, mentre il governo era riunito al Palazzo della Moneda, sede della presidenza. I tre governi cileni che hanno affrontato la querela di La Paz lo hanno fatto da un punto di vista giuridico e non politico, facendo della questione un affare di stato e non di governo, conseguendo così l’unità nazionale in materia. “Evo Morales ha creato grande aspettativa e altrettanto grande frustrazione nel suo popolo e ci ha fatto perdere cinque anni in cui avremmo potuto costruire sane relazioni”.  – ha dichiarato il presidente del Cile Sebastián Piñera parlando alla stampa e ai funzionari dopo la sentenza, ed ha aggiunto: “non è mai stato né sarà mai in gioco un solo centimetro quadrato del nostro territorio”.

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Traduzione dallo spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

 

di Redazione

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