Kurdistan iracheno: contestate elezioni per presunti brogli

Pubblicato il 1 ottobre 2018 alle 6:00 in Iraq Medio Oriente

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Uno dei principali partiti curdi iracheni, l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), ha dapprima affermato di non riconoscere i risultati delle elezioni parlamentari di domenica 30 settembre, per poi smentire la notizia e adottare una linea ambigua in merito alle stesse.

L’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), nel pomeriggio di domenica 30 settembre, ha rilasciato un comunicato in cui divulgava la sua decisione di boicottare i risultati elettorali in numerosi distretti della regione, risultati che devono ancora essere annunciati e sono attesi nelle prossime 72 ore. La motivazione sarebbero alcune irregolarità e frodi avvenute nel processo elettorale. La dichiarazione è stata però ritirata in un secondo momento, sebbene Karwan Anwar, responsabile dell’ufficio stampa del partito, abbia riferito a Reuters che il PUK intende effettivamente rifiutare i risultati in tutte le province. Le accuse di frodi sono state sollevate anche dal principale partito all’opposizione, il Movimento Gorran, il quale ha accusato l’Unione Patriottica di “intraprendere misure che sono una seria minaccia alla credibilità delle elezioni parlamentari”, quali in primis l’aver obbligato alcuni amministratori elettorali a permettere il voto a persone in possesso di documenti falsi. La commissione elettorale curda, nella serata precedente, aveva dato specifiche indicazioni ai votanti su quali tipi di documenti erano necessari per votare, ciò nel tentativo di prevenire brogli elettorali.

Ad aver notato irregolarità nel processo elettorale sono stati, inoltre, anche l’agenzia di stampa Reuters e alcuni osservatori esterni. Ad esempio, sono stati visti una trentina di uomini che, in gruppo e armati di coltelli, si sono diretti in un seggio elettorale di Sulaimaniya esigendo il diritto di voto nonostante fossero sprovvisti di documenti. Il gruppo, di cui non è chiaro l’orientamento politico, ha fatto irruzione nella struttura, rotto e aperto le urne, e ne è uscito portandole via.

Inoltre i corrispondenti di Reuters che, nel corso della giornata, hanno visitato numerosi seggi nelle principali città di Erbil e Sulaimaniya, hanno riscontrato una scarsa affluenza alle urne, confermata anche dall’avvocato e osservatore indipendente Belnd Omar.

Un altro avvocato, il 65enne Hassan Dalloush, ha riferito alla stampa che la popolazione è stanca dello status quo e dei brogli elettorali, affermando: “Se non c’è frode in queste elezioni, avrò buoni presentimenti. Ma i partiti al potere vogliono sempre commettere frodi, è il loro unico modo di restare al governo. Non voterò mai a favore dei partiti al potere. Oggi ho votato per l’opposizione”.

I curdi hanno iniziato a votare, domenica 30 settembre, nelle elezioni parlamentari della regione a statuto semi-autonomo dell’Iraq settentrionale, un anno dopo il fallito tentativo di indipendenza. I seggi che verranno assegnati dopo le votazioni di domenica 30 settembre sono 111, di cui 11 riservati alle minoranze etniche, e i candidati in lizza sono oltre 700. Le cabine elettorali resteranno aperte fino alle 18.00, e i risultati preliminari dopo i primi scrutini dovrebbero arrivare entro le 72 ore successive. La maggior parte dei partiti si è mostrata scettica sull’affluenza alle urne e ha affermato di aspettarsi che partecipino massimo il 40% del totale dei cittadini aventi diritto al voto, i quali ammontano a 3,85 milioni.

Con i partiti all’opposizione indeboliti, è assai probabile che a contendersi la vittoria alle elezioni siano il Partito Democratico del Kurdistan (KDP), attualmente guidato dall’attuale Presidente del Kurdistan iracheno, Mas’ud Barzani, e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), i quali si contendono il potere nella regione da oltre 30 anni. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una politica stagnante, dal mancato pagamento di stipendi e dalla corruzione, e tutto ciò ha minato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, determinando una sempre minore affluenza alle urne. A ciò si deve aggiungere lo scenario di recenti lotte intestine all’Unione Patriottica (PUK), fattore che potrebbe incidere nelle elezioni odierne e determinare una probabile leadership del Partito Democratico (KDP) negli assetti politici futuri. Il bacino elettorale dei due partiti principali è connotato geograficamente: il PDK è maggiormente radicato nei governatorati di Arbil e Dahuk, mentre l’UPK ha la propria base nei territori di Kirkūk e Sulaymaniyya.

È passato un anno dal tentativo della regione di affrancarsi dal governo centrale di Baghdad. Il 25 settembre 2017, la popolazione curda era stata chiamata alle urne per decidere con un referendum se ottenere una completa indipendenza dall’Iraq, e il 93% dei votanti si era pronunciato a favore dell’indipendenza. Il governo centrale, però, aveva rifiutato di riconoscere la validità del voto, reprimendo l’ondata separatista. A essere contrari erano anche altri Paesi, in primis la Turchia, preoccupata dalla minoranza curda presente all’interno dei suoi stessi confini (che si attesta intorno al 18,3%, ossia circa 14milioni), come anche gli Stati Uniti e l’Iran. Solo Israele ha appoggiato l’iniziativa curda.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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