Iraq “rammaricato” dalla chiusura del consolato USA

Pubblicato il 1 ottobre 2018 alle 17:27 in Iraq USA e Canada

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Il ministero degli Esteri iracheno ha espresso “rammarico” per la decisione degli Stati Uniti di chiudere il proprio consolato nella città meridionale di Bassora, scossa da settimane di violente proteste.

“Il ministero si rammarica della decisione americana di ritirare il proprio personale da Bassora”, si legge in una nota. Il Segretario di Stato, Mike Pompeo, ha ordinato a tutto lo staff, tranne il personale di emergenza, di lasciare Bassora, delegando le attività consolari all’ambasciata a Baghdad. Pompeo ha, inoltre, accusato le milizie iraniane di “fuoco indiretto” contro il consolato americano. Il Dipartimento di Stato ha esortato i cittadini americani a non recarsi in Iraq.

Bassora è la seconda città dell’Iraq per popolazione, è ricca di petrolio e si trova 420 km a sud di Baghdad. All’inizio di settembre, la città è stata sconvolta da episodi di violenza, proteste e numerosi scontri: il consolato iraniano è stato saccheggiato e bruciato, il quartier generale del governo è stato preso d’assalto e gli uffici di molti dei più potenti partiti politici sono stati incendiati da alcuni manifestanti.  A seguito delle ultime violenze, i due partiti principali al Parlamento iracheno hanno richiesto le dimissioni del primo ministro, Haider al-Abadi. La richiesta è stata formalizzata l’8 settembre da Muqtada al-Sadr, leader populista sciita che ha vinto il maggior numero di seggi alle elezioni di maggio. L’uomo ha chiesto al governo dell’attuale premier di presentare soluzioni radicali e immediate o di rassegnare le dimissioni. Ahmed al-Assadi, il portavoce dell’alleanza Fatah, la seconda per numero di voti alle scorse elezioni, ha altresì denunciato il fallimento del vecchio governo, ancora in carica, nel gestire tali crisi.

La decisione di chiudere il consolato di Basra è giunta qualche giorno dopo l’incontro presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dove il leader della Casa Bianca, Donald Trump, e il presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, si erano scontrati. Il presidente statunitense aveva promesso di imporre nuove sanzioni su Teheran, accusandone i leader di seminare “caos, morte e distruzione” nel Paese. Anche il Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, John Bolton, in occasione dello stesso summit, martedì 25 settembre, si era scontrato con l’Iran. “Se sfiderete noi, i nostri alleati o i nostri partner, se ferirete i nostri cittadini, se continuerete a mentire, barare e ingannare, dovrete sicuramente pagarne le conseguenze” aveva spiegato Bolton. Da parte sua, l’Iran ha accusato Washington di aver attuato misure volte a far scoppiare una guerra politica, psicologica ed economica con Teheran, accusando altresì gli Stati Uniti e Israele di essere coinvolti nell’attacco contro una parata militare avvenuto il 7 settembre. Inoltre, in risposta ai commenti di Trump, Rouhani ha spiegato che il problema sono gli Stati Uniti, definendo il Paese “un trasgressore isolato delle leggi internazionali guidato da un gruppo di novellini diplomatici e politici che si sta guadagnando la disapprovazione del mondo”.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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