Palestina sostiene sciopero arabo-israeliano

Pubblicato il 30 settembre 2018 alle 18:02 in Israele Palestina

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

I palestinesi hanno indetto uno sciopero generale per lunedì 1 ottobre in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est in sostegno di una protesta arabo-israeliana contro  la legge “Israele Stato-Nazione degli Ebrei”.

I leader della comunità araba israeliana hanno indetto uno sciopero del loro settore privato per manifestare contrarietà rispetto alla legge “Israele Stato-Nazione degli Ebrei”, la quale stipula che solo gli ebrei hanno il diritto all’auto-determinazione a Israele. Lo sciopero, a ogni modo, avrà un effetto piuttosto limitato sul Paese, in quanto lunedì 1 ottobre è una festività per la maggioranza ebraica di Israele, rappresentando la fine del Sukkot, o “Festa delle Capanne”, celebrazione di pellegrinaggio che in Israele dura sette giorni. Le varie fazioni presenti sul territorio palestinese hanno affermato che, in manifestazione di solidarietà, anche presso di loro le scuole, le università, le attività commerciali e gli uffici governativi aderiranno allo sciopero e resteranno chiusi.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha frettolosamente organizzato un comitato per proporre una nuova legislazione nel tentativo di ammansire i più aspri critici della nuova legge israeliana, ma da luglio a oggi non sono stati apportati emendamenti di alcun tipo al documento. La prossima riunione in merito è prevista per la metà del mese di ottobre.

Mohammed Barakeh, un ex parlamentare israeliano a capo del comitato che attualmente monitora le politiche nazionali inerenti agli arabi israeliani, ha affermato che lo sciopero è stato indetto in coordinazione con alcuni gruppi dei territori palestinesi. “Lo sciopero è un messaggio diretto al mondo che la causa dell’apartheid e del razzismo è qualcosa che non andrebbe affrontata solamente a livello interno ma di cui bisogna parlare anche a livello globale”, ha spiegato Barakeh.

La legge, da quando è stata approvata a oggi, è stata aspramente criticata sia all’interno del Paese che a livello internazionale, e ha scatenato l’ira degli 1,8 milioni di arabi palestinesi che costituiscono circa un quinto dei 9 milioni di cittadini israeliani. L’inizio della vicenda risale allo scorso 19 luglio, quando il Parlamento israeliano aveva adottato una legge che stabilisce che Israele è la patria storica del popolo ebraico, il quale ha un diritto esclusivo all’autodeterminazione. Secondo l’ordinamento giudiziario, Gerusalemme, non divisa, è la capitale del Paese. Inoltre, il documento approvato rende l’ebraico l’unica lingua ufficiale di Israele, togliendo all’arabo tale designazione, e definisce l’istituzione di comunità ebraiche come una priorità di interesse nazionale. Alcuni critici hanno condannato la nuova legge che definisce Israele come lo Stato nazionale del popolo ebraico, dichiarando che tale decisione mette l’identità ebraica davanti ai principi democratici del Paese, rendendo allo stesso tempo i cittadini arabi degli “stranieri permanenti”.

La nuova legge israeliana è stata poi condannata anche dai 6 membri del Consiglio di cooperazione del Golfo, ossia Bahrein, Kuwait, Oman Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Il governo saudita ha definito il documento “una perpetua discriminazione razziale” contro i palestinesi. Una fonte del Ministero degli Esteri saudita ha spiegato, venerdì 20 luglio, che il regno “respinge e disapprova” la nuova legislazione, che a suo dire contraddice la legge internazionale. La fonte ha altresì richiesto alla comunità mondiale di combattere questa legge e altri tentativi israeliani volti alla perpetua discriminazione contro il popolo palestinese, sottolineando che tale l’approvazione di tale documento rappresenta un ostacolo alla fine del conflitto israelo-palestinese.

Sabato 21 luglio, anche l’Egitto ha sottolineato che la nuova legge approvata dal Parlamento israeliano minaccia le possibilità di pace nel Medio Oriente e il diritto dei rifugiati palestinesi di ritornare nelle loro case. L’Unione Europea ha ammonito Israele, mentre l’Autorità Palestinese e i cittadini arabi israeliani hanno denunciato la legge di auto-determinazione, definendola razzista. Nel 1979, l’Egitto diventò il primo Paese arabo a stringere un trattato di pace con Israele, grazie all’accordo di Camp David, sponsorizzato dagli Stati Uniti, che fece ritirare dalla penisola del Sinai gli israeliani. Tuttavia, la relazione fra i due Paesi è rimasta superficiale: Il Cairo continua a richiedere a Israele di abbandonare i territori occupati nel 1967, durante la guerra, incluse le Alture del Golan siriane, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e la parte araba di Gerusalemme Est.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.