Le radici dell’Isis sono vive: urla dall’Iraq

Pubblicato il 28 settembre 2018 alle 1:15 in Il commento Iraq

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L’Isis non è morto. L’ha ricordato il capo della Polizia, Franco Gabrielli, durante un’intervista alla festa per i 140 anni del “Messaggero”, il 20 settembre a Roma. L’Isis non è morto perché le condizioni sociali che hanno favorito la sua ascesa nel 2014 perdurano nel 2018. Siccome l’Isis si è gonfiato in Iraq, per poi tracimare in Siria, è all’Iraq che dobbiamo volgere il nostro sguardo per aggiornarci. Quando Mosul fu liberata, il 10 luglio 2017, il premier iraqeno, Haider al-Abadi, dichiarò “vittoria”. Fu prematuro. Spogliato dello Stato, l’Isis resta vivo come organizzazione terroristica e come invito all’azione che produce mobilitazioni collettive. Con un vantaggio: i problemi politici e sociali, che favorirono la sua ascesa, persistono. Il governo iraqeno non è riuscito a risolvere le divisioni che affliggono il Paese. La situazione rimane critica, al punto che i migliori studiosi non escludono la possibilità di una nuova devastante guerra civile mentre le élites politiche competono per il controllo dello Stato. Le elezioni parlamentari del 12 maggio 2018 avevano suscitato speranze presto tradite. L’Iraq continua a essere afflitto da forte polarizzazione, corruzione endemica e instabilità violenta. Il premier al-Abadi, a cui molti chiedono di dimettersi, ma appoggiato da Trump, è stato indebolito dal voto di maggio. Nonostante sia arrivato terzo, conserva la sua carica. Il risultato elettorale è stato subito contestato e i partiti si sono accusati a vicenda di brogli. La disaffezione dei cittadini verso la classe politica è così aumentata, anziché diminuire. Il 6 giugno il parlamento ha stabilito che le schede, 11 milioni, fossero contate per la seconda volta, manualmente invece che con il sistema elettronico. Gli iraqeni sono rimasti sfiduciati e con il fiato sospeso per mesi. Il 19 agosto è giunto finalmente il responso della Corte Suprema che ha confermato i risultati del 12 maggio nella sostanza. Al primo posto è arrivato il blocco guidato dal chierico sciita Moqtada al-Sadr. Al secondo posto è giunta la coalizione “Fatah”, guidata da Hadi al-Amiri che, purtroppo per gli Stati Uniti e Israele, è molto vicino all’Iran. La coalizione del premier al-Abadi, “Nasr”, è arrivata terza. Il che significa che Al-Abadi continua a essere primo ministro, nonostante abbia perso le elezioni. Per di più, è uno sciita. Uno degli argomenti utilizzati dall’Isis, che è sunnita, è che l’Iraq è governato da una minoranza di sciiti corrotti che non hanno il diritto di governare. Le accuse di brogli elettorali, l’intervento della Corte Suprema, la permanenza in carica di un primo ministro che non ha la maggioranza e l’incapacità di risolvere il problema della corruzione, favoriscono il successo della propaganda dell’Isis. Un fatto grave per la credibilità del nuovo regime è l’incendio che ha colpito l’edificio contenente circa la metà delle schede elettorali di Baghdad, il 10 giugno, mentre la Corte Costituzionale stava effettuando la “riconta” dei voti. Al-Abadi ha dichiarato che l’incendio è stato appiccato per colpire la democrazia iraqena. Mentre i partiti politici si scontravano, una rivolta di massa investiva la parte sud dell’Iraq, inclusa la città di Basra (Bassora), dove i manifestanti hanno bruciato gli edifici dei consigli provinciali e il consolato dell’Iran per poi assaltare le sedi dei partiti politici. Le forze di sicurezza e le milizie sciite hanno risposto con estrema violenza. Le riserve di petrolio di Basra, le più grandi dell’Iraq, rappresentano l’80% delle esportazioni petrolifere e producono 7 miliardi di dollari al mese che finiscono nelle casse dello Stato. Posizionata sul fiume Shatt al-Arab, che è vita, Basra dovrebbe essere l’area più ricca dell’Iraq e, invece, è tra le più povere. Manca di acqua, elettricità e lavoro, come molte altre città iraqene. Per la gioia dell’Isis, al-Abadi si è recato in visita a Basra, il 10 settembre, e la popolazione ha dato vita a una rivolta notturna per scacciarlo. La situazione politica e sociale dell’Iraq presenta molte analogie con quella che favorì la presa di Mosul, dove al Baghdadi proclamò la nascita dello Stato Islamico, il 29 giugno 2014. L’Isis ha radici profonde in Iraq, che non sono state mai sradicate.

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Articolo apparso sul Messaggero nella rubrica domenicale Atlante. Per gentile concessione.

di Alessandro Orsini

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