Egitto-Israele: accordo storico per l’esportazione di gas

Pubblicato il 28 settembre 2018 alle 17:31 in Egitto Israele

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Un consorzio israeliano-americano, che si occupa dello sfruttamento delle riserve di gas offshore di Israele, ha annunciato il raggiungimento di un accordo che consentirà l’esportazione di gas naturale in Egitto.

Noble Energy e il suo partner israeliano, Delek, insieme alla compagnia egiziana, East Gas, hanno acquistato il 39% di un oleodotto, precedentemente in disuso, che collega la città costiera israeliana di Ashkelon con la penisola del Sinai settentrionale. Il consorzio ha pagato 518 milioni di dollari per l’utilizzo del gasdotto dell’East Mediterranean Gas Company. L’infrastruttura, principalmente sottomarina, sarà utilizzata per trasportare il combustibile dai giacimenti Tamar e Leviatano, i più grandi della regione, verso l’Egitto, a partire dal 2019. Lo scambio è regolato da un accordo da 15 miliardi di dollari, della durata di 10 anni, firmato nel febbraio 2018, secondo quanto ha riferito Delek in una nota.

Sarà la prima volta che l’Egitto, che nel 1979 è diventato il primo Paese arabo a firmare un trattato di pace con Israele, importerà gas dal vicino Stato ebraico. Israele aveva, in precedenza, acquistato gas dall’Egitto, ma a seguito di ciò, le sezioni di terra dell’oleodotto erano state ripetutamente prese di mira dai jihadisti del Sinai, nel 2011 e nel 2012. L’amministratore delegato di Delek, Yossi Abu, ha definito l’acquisto del gasdotto “la pietra miliare più significativa per il mercato del gas israeliano, dopo le scoperte” dei giacimenti. “Il bacino del Leviatano sta diventando l’ancora principale per l’energia nel Mediterraneo, con Israele, Egitto e Giordania ad usufruirne”, ha affermato.

Nel settembre 2016, la Giordania ha raggiunto un accordo per l’acquisto di 8,5 milioni di metri cubi di gas israeliano al giorno per 15 anni, un accordo stimato a 10 miliardi di dollari. Il giacimento Tamar, da cui si estrae gas a partire dal 2013, ha riserve stimate intorno ai 8,4 trilioni di metri cubi. Il Leviatano, invece, scoperto nel 2010 e destinato ad essere produttivo nel 2019, contiene intorno ai 18,9 trilioni di metri cubi di gas naturale, insieme a 34,1 milioni di barili di condensa. Le esportazioni dal Tamar in Giordania sono iniziate su piccola scala nel 2017. Tuttavia, si prevede che le importazioni di gas da parte del Regno Hashemita aumenteranno significativamente alla fine del 2019, quando sarà terminato un nuovo oleodotto che collega il Paese al Leviatano. La Giordania è l’unico Paese arabo, oltre all’Egitto, ad aver firmato un accordo di pace con Israele, nel 1994.

Il ministro dell’Energia israeliano, Yuval Steinitz, ha dichiarato che l’acquisizione di parte del gasdotto in Egitto, insieme alle esportazioni in Giordania, “collega gli Stati dell’asse della pace con infrastrutture regionali condivise”. Israele ha risorse naturali limitate, ma negli ultimi anni ha scoperto importanti giacimenti di gas al largo delle proprie coste e sta costruendo le infrastrutture necessarie per sfruttarle. Le autorità israeliane sperano che le riserve di tali giacimenti possano offrire al Paese l’indipendenza energetica e la prospettiva di diventare un fornitore di energia per l’Europa. La scorsa settimana, Cipro, le cui riserve offshore confinano con quelle di Israele, ha firmato un accordo che apre la strada alla costruzione di un gasdotto sottomarino, per consentire l’esportazione della produzione in Europa.

Tali accordi arrivano in un momento di crescente normalizzazione tra Stati arabi e Israele. Ad agosto, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha affermato che “molti Paesi arabi ora vedono Israele non come il loro nemico, ma come il loro indispensabile alleato nel respingere l’aggressione iraniana”. Dall’altra parte, all’inizio dell’anno, il re saudita ha riaffermato il sostegno “risoluto” alla causa palestinese da parte del Regno, dopo che il principe ereditario, Mohammed bin Salman, aveva segnalato un cambiamento nell’approccio del Paese al conflitto israelo-palestinese. Il principe Mohammed, nell’aprile del 2018, aveva infatti dichiarato che gli israeliani, così come i palestinesi, “hanno il diritto di avere la propria terra”. L’Arabia Saudita ed Israele sono, inoltre, accomunati dalla forte critica del regime iraniano e si sono entrambi opposti all’accordo sul nucleare iraniano, convinti che siano necessarie azioni più dure contro l’influenza diffusa dell’Iran in Medio Oriente.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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