Scontri a Tripoli: 115 morti, 383 feriti

Pubblicato il 24 settembre 2018 alle 6:00 in Africa Libia

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Il Ministero della Salute della Libia ha reso noto che il bilancio mensile aggiornato degli scontri tra le fazioni rivali nella città di Tripoli è di 115 morti e 383 feriti.

Nella zona frontaliera a Sud di Tripoli, dove son presenti le aree residenziali di Wadi Rabea e Fatma Zahra, l’entità dei conflitti è attestata da case bombardate, veicoli incendiati, negozi distrutti e strade deserte. Nella giornata di domenica 23 settembre, Wedad Abo Al-Niran, responsabile Ufficio Stampa del Ministero della Salute, intervistato dall’agenzia di stampa Reuters, ha dichiarato che il bilancio delle vittime potrebbe aumentare a causa delle condizioni critiche dei feriti e del persistere degli scontri. I gruppi armati, che reclamano lo status ufficiale attraverso il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, riconosciuto dall’Onu, pattugliano la zona con veicoli blindati e furgoni sui cui sono installate mitragliatrici antiaeree.

Nonostante continuino ad essere bombardati bersagli civili, Hakeem Al-Sheikh, comandante della 42° Brigata fedele al Governo di Accordo Nazionale, ha dichiarato che la situazione è sotto controllo. Intanto, gli abitanti a sud di Tripoli sono costretti a sopportare il peso delle lotte interne, e in molti sono costretti ad abbandonare le loro case. “Noi restiamo con i nostri familiari perché abbiamo paura di essere saccheggiati”, ha detto Abdulqader al-Ryani, padre di tre figli, che ha dovuto abbandonare tutto nel momento in cui ha lasciato la propria abitazione.

In aggiunta alle tensioni già esistenti, una coalizione di gruppi armati comprendente il Consiglio militare di Misurata, nella giornata di sabato 22 settembre, ha assicurato che combatterà a fianco della Settima Brigata di Tarhuna, aggiungendo che rifiuta il ruolo dei miliziani all’interno di Tripoli. Allo stato attuale, gli scontri hanno messo fuori uso la maggior parte delle centrali elettriche della città e paralizzato il principale aeroporto di Tripoli. Gli inviti rivolti a tutte le fazioni da parte del Governo di Accordo Nazionale e tesi a rispettare il cessate-il-fuoco, stabilito lo scorso 4 settembre, sono stati fino ad oggi ignorati.

Il conflitto ha contrapposto da una parte la Settima Brigata, denominata Kaniyat, proveniente da Tarhuna, città situata a 65 kilometri a sudest di Tripoli, mentre dall’altra le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli (TRB) e la Brigada Nawasi, due dei più grandi gruppi armati della capitale. A Tripoli e nella Libia occidentale vi è un governo riconosciuto dall’Onu, sostenuto dalle truppe governative, mentre la Libia Occidentale è controllata da una amministrazione rivale. Il Paese è lacerato da quando è stato rovesciato Muammar Gheddafi nel 2011. I Kaniyat e altri gruppi al di fuori di Tripoli hanno lanciato l’assalto alla capitale il 26 Agosto.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) aveva descritto la situazione nel Paese nordafricano come “disperata”, con combattimenti, un’economia collassata e la distruzione di infrastrutture che rende migliaia di persone sempre più vulnerabili. “Sette anni di guerra in Libia hanno spinto oltre 500mila persone a lasciare le proprie case, e ora non è rimasto molto in cui poter tornare”, ha twittato l’associazione umanitaria, aggiungendo che case e scuole sono state spesso completamente distrutte. Il gruppo ha altresì citato il sabotaggio di alcuni presidi sanitari, riserve idriche ed elettriche, e il pericolo di resti di ordigni rimasti inesplosi nelle strade.

Giovedì 20 settembre, la missione dell’Onu in Libia (UNISMIL) aveva organizzato un meeting tra le comunità diplomatiche del Paese e il capo del comitato che monitora il cessate il fuoco, Hussein Abdullah, nel quale i partecipanti avevano concordato di voler facilitare le operazioni del comitato attraverso il supporto logistico, e Abdullah aveva affermato che il consolidamento del cessate il fuoco sarebbe stato il primo passo verso una Tripoli sicura per tutti i libici senza armi a milizie. Il cessate il fuoco del 4 settembre, incoraggiato dall’Onu, mirava a porre fine agli scontri tra le milizie rivali che hanno invaso la capitale libica a partire dal 26 agosto, causando la morte di 63 persone e il ferimento di altre 159. Dopo giorni di relativa calma, tra il 17 e il 18 settembre sono riprese le offensive che hanno coinvolto indiscriminatamente anche i residenti delle aree interessate. Oltre a scontri presso la strada dell’aeroporto, sono stati riportati disordini anche presso la Nasser University Faculty, e altre zone, quali Ain Zata, Khalat al-Furjam, Wadi al-Radea e Al-Sabaa. L’UNISMIL ha condannato le violazioni del cessate il fuoco, chiedendo alle parti coinvolte di rispettare l’accordo.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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