Idlib, la nuova tragedia che attende la Siria

Pubblicato il 19 settembre 2018 alle 11:00 in Il commento Siria

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Foto Orsini

Il mondo ha il fiato sospeso per il destino che attende la città siriana di Idlib, ultima roccaforte dei ribelli filo-americani. Che la Siria fosse destinata a tornare sotto l’influenza russa è chiaro dal 30 settembre 2015, giorno in cui ha avuto inizio l’intervento militare russo in quel Paese, con l’obiettivo finale di mantenere al potere Bassar al Assad, stretto alleato di Putin. L’esito della battaglia di Idlib è scontato, come quello di tutte le battaglie precedenti. I ribelli verranno schiacciati. Siccome la Russia è intervenuta nel conflitto, affiancata da Iran e milizie di Hezbollah, ma non gli americani, è ovvio che la sproporzione delle forze è enorme. I ribelli siriani, per quanto finanziati dagli americani, non possono fare niente per opporsi a uno schieramento così sovrastante. Come se non bastasse, più di dodici navi russe, con il mirino su Idlib, sono state ammassate davanti alle coste della Siria, alcune delle quali sono dotate di missili Cruise Kalibr, secondo quanto riferisce il portavoce del Pentagono, Eric Pahon. La famiglia, a cui appartiene questo tipo di missile, è ampia e include più di dodici varianti, ma tutte hanno in comune di essere letali, precise e dalla lunga gittata. Per dare un’idea della potenza e della precisione, il 7 ottobre 2016, la Russia ha sparato ventisei missili Cruise Kalibr dalla fregata “Dagestan”, che stazionava nel Mar Caspio, utilizzando il sistema di lancio verticale. I missili hanno attraversato l’Iran, l’Iraq e sono atterrati in Siria, colpendo undici bersagli tra roccaforti dell’Isis, che all’epoca aveva ancora uno Stato, e postazioni dei ribelli filo-americani. Conta poco che la Casa Bianca abbia dichiarato che quattro missili sono caduti in territorio iraniano danneggiando la popolazione civile. Ciò che conta è che i ribelli siriani non hanno difese. I missili russi che non cadono in Iran, si abbattono sulle loro teste.

Non esiste speranza di comprendere la politica senza distinguere l’uso della retorica dall’uso della forza. A turno, la Russia e gli Stati Uniti si sono battuti per la pace con grande impeto retorico. Nella prima fase della guerra, quando Bassar al Assad era sull’orlo del collasso sotto i colpi dei ribelli filo-americani, Putin si batteva per la pace o, quantomeno, per un armistizio. La Casa Bianca, essendo in vantaggio, affermava che fosse doveroso, dal punto di vista etico, proseguire la guerra fino alla caduta del dittatore Bassar al Assad. Sembra incredibile, ma è proprio così: fu invocata l’etica. Centinaia di analisti politici – professori universitari inclusi – dichiaravano, tra migliaia di morti civili, che fosse eticamente sbagliato interrompere la guerra in Siria “proprio ora che il suo dittatore sta per essere abbattuto”. Poi però, a partire dal 30 settembre 2015, i russi hanno iniziato a bombardare i ribelli siriani, senza che gli americani potessero opporsi. E così la Casa Bianca ha iniziato a invocare la pace immediata o almeno un armistizio. La Siria è un feudo della Russia. Un intervento diretto degli americani, contro l’esercito di Bassar al Assad, avrebbe comportato uno scontro con i soldati russi. Inimmaginabile. La conseguenza è stata che gli americani, prima con Obama e poi con Trump, sono rimasti sempre di più a guardare perché ridotti all’impotenza. Hanno continuato ad armare i ribelli siriani, questo è certo, ma i rapporti di forza, con il passare del tempo, sono diventati quelli di una mosca (i ribelli filo-americani) contro un’aquila (la Russia). Era noto agli studiosi, ma è diventato evidente anche al grande pubblico nella fase finale della battaglia di Aleppo, con la resa dei ribelli, avvenuta il 12 dicembre 2016. Putin avanzò su Aleppo come aquila su mosca. Quanto a Idlib, i rapporti di forza sono i medesimi. Ecco perché tutti stanno supplicando Putin di non procedere con l’offensiva finale.

Questa rubrica, vorremmo poterlo dire, ha sempre invocato la pace, sia quando era in vantaggio lo schieramento guidato dagli Stati Uniti, sia quando era in vantaggio l’esercito di Putin. Quando le grandi potenze invocano la pace non è un buon segno. Invocano la pace soltanto quando non possono vincere la guerra. Ecco perché la competizione tra Russia e Stati Uniti deve rimanere il più lontano possibile dalla Libia, che è a due passi dall’Italia.

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Articolo apparso sul “Messaggero” nella rubrica Atlante di Alessandro Orsini. Per gentile concessione.

di Alessandro Orsini

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