Etiopia ed Eritrea firmano secondo accordo di pace in Arabia Saudita

Pubblicato il 17 settembre 2018 alle 9:23 in Eritrea Etiopia

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Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, e il presidente eritreo, Isaias Afwerki, hanno firmato un accordo di pace in Arabia Saudita, a Gedda, domenica 16 settembre. Si tratta del secondo patto concluso dalle due parti nel giro di tre mesi. Il 9 luglio, i due capi di Stato avevano firmato una dichiarazione congiunta di pace e amicizia, normalizzando i rapporti dopo venti anni di conflitto. Il Ministro degli Esteri Saudita ha reso noto su Twitter che l’accordo contribuirà a rafforzare la sicurezza e la stabilità della regione.

La firma è avvenuta in presenza del sovrano saudita, re Salman, del principe ereditario, Mohammed bin Salman, e del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. I leader di Eritrea ed Etiopia hanno espresso il proprio apprezzamento nei confronti dei reali sauditi, ringraziandoli di aver supportato il patto. Secondo il quotidiano The New Arab, la firma del patto in Arabia Saudita sottolinea la crescente importanza che il Paese del Golfo attribuisce all’area del Corno d’Africa, posizionata di fronte allo Yemen, dove è in corso una violenta guerra dal 19 marzo 2015 tra i ribelli sciiti Houthi, sostenuti dall’Iran, e le forze yemenite fedeli al presidente Rabbo Mansour Hadi. L’Arabia Saudita è intervenuta in Yemen a capo di una coalizione che comprende Emirati Arabi Uniti, Egitto, Kuwait, Sudan e Bahrein, il 26 marzo 2015, a sostegno del presidente Hadi.

Oltre che per il conflitto in Yemen, l’Arabia Saudita ha interesse a mantenere buoni rapporti con i Paesi del Corno d’Africa per avere accesso allo stretto di Bab al-Mandeb, di fronte al Gibuti e all’Eritrea, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. Tale posizione è particolarmente strategica perché costituisce uno snodo commerciale internazionale molto importante.

L’accordo del 9 luglio tra Etiopia ed Eritrea ha posto fine allo stato di guerra tra i due Paesi, in vigore dal 6 maggio 1998, per la demarcazione dei propri confini. Nonostante l’accordo di Algeri, firmato il 12 dicembre del 2000, periodici scontri si erano verificati in seguito al rifiuto dell’Etiopia di accettare la sentenza della Commissione per la delimitazione dei confini sostenuta dall’ONU. Tale sentenza aveva stabilito che la città di Badme, alla frontiera tra i due Stati, dovesse essere ceduta all’Eritrea. Tuttavia, l’Etiopia si era sempre rifiutata di accettare questa condizione. Il 6 giugno 2018, con una dichiarazione inaspettata, il premier etiope, Abiy Ahmed, ha reso noto di essere pronto ad accogliere integralmente tutte le decisioni della Commissione, accogliendo di fatto anche la cessione di Badme.

Da quando è salito alla guida dell’Etiopia, il 2 aprile scorso,  Abiy Ahmed ha avviato un cambiamento radicale non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico e sociale. L’Etiopia era caratterizzata da tensioni politiche dal novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa dello Stato. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste erano continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini avevano cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti e maggiore rappresentanza politica per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. In seguito alle dimissioni dell’ex premier, Hailemariam Desalegn, presentate il 15 febbraio, la coalizione governativa Ethiopia Peoples Revolutionary Democratic Front (EPRDF), ha proclamato lo stato di emergenza per la durata di 6 mesi, con l’obiettivo di interrompere le proteste. Tale condizione, revocata il 5 giugno scorso grazie ad Ahmed, ha previsto una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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