Israele: fine degli aiuti umanitari in Siria

Pubblicato il 14 settembre 2018 alle 9:36 in Israele Siria

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L’esercito israeliano, giovedì 13 settembre, ha annunciato l’imminente conclusione di un’operazione finalizzata a fornire aiuti umanitari e medici ai civili siriani stanziati sulle alture del Golan. Ad oggi, lo Stato Ebraico ha sempre adottato una politica di supporto nei confronti dei profughi rifugiati nei pressi del proprio confine, rifiutandosi tuttavia di essere coinvolto nel conflitto in corso nella vicina Siria.

Tuttavia, distanziandosi dalla politica intrapresa dall’inizio del conflitto, l’esercito israeliano ha annunciato la fine degli aiuti umanitari a causa del reinsediamento del regime di Bashar al Assad nella Siria meridionale. Negli ultimi 5 anni, almeno 4.900 civili siriani, tra cui 1.300 bambini, sono stati curati in ospedali israeliani e più di 7.000 pazienti sono stati trattati in un ospedale da campo nei pressi della linea di cessate il fuoco del Golan.  Oltre a ciò, cibo, attrezzature mediche, medicine, tende, generatori, carburante e vestiti sono stati forniti ai profughi come parte di un’operazione denominata dall’esercito israeliano “Operation Good Neighbour”.

Alla luce di ciò, tuttavia, è anche importante notare che, nonostante Israele abbia fornito assistenza umanitaria alle vittime della guerra civile siriana, lo Stato Ebraico ha costantemente rifiutato di ospitare nel proprio territorio i rifugiati. In questo contesto, un altro elemento da prendere in considerazione è il legame tra i ribelli siriani e lo Stato Ebraico. Secondo un recente rapporto di Foreign Policy, Israele ha altresì segretamente armato e finanziato una dozzina di gruppi ribelli presenti nel sud della Siria al fine di impedire ai combattenti iraniani e ai militanti dello Stato Islamico di avvicinarsi al proprio territorio.

Due dei gruppi supportati da Israele sono stati identificati pubblicamente: Forsan al-Jolan, una fazione con sede nella città di confine di Jubata al-Khashab, a Quneitra, e Liwaa Omar bin al-Khattab, con sede a Beit Jinn, una città che confina con il monte Hermon. Le armi e altre attrezzature militari coinvolte negli traffici sono state consegnate attraverso 3 porte di sicurezza che collegano le alture del Golan e la Siria. Tra gli oggetti di scambio vi erano veicoli di trasporto, fucili d’assalto e mortai. Non è più un segreto perciò che Israele abbia fornito armi e fondi ai ribelli siriani, sebbene si ritenga che l’assistenza dello Stato Ebraico sia inferiore alla media, se comparata a quella fornita dalle altre potenze straniere coinvolte nella guerra civile siriana. A conferma di ciò, i ribelli hanno espresso insoddisfazione circa la misura degli aiuti forniti, affermando che essi erano insufficienti.

A giugno, il regime di Damasco, sostenuto dalla Russia, aveva lanciato una grande operazione militare nel sud della Siria, al fine di riconquistare l’area strategica al confine con la Giordania e con le alture del Golan occupate da Israele. Nonostante lo Stato Ebraico abbia effettuato circa 200 incursioni aeree in Siria, negli ultimi 18 mesi, esse sono state dirette principalmente contro obiettivi iraniani. Non a caso, Israele non è mai intervenuta direttamente contro le forze del presidente siriano, Bahsar al-Assad, ma ha comunque minacciato di attaccare i contingenti del regime se questi si fossero schierati nella zona demilitarizzata delle alture del Golan. Le offensive di Quneitra e Daraa, le quali erano state sostenute da una massiccia forza aerea russa, hanno causato il dislocamento di centinaia di migliaia di civili, i quali hanno lasciato le loro case cercando accoglienza verso i confini del Golan e della Giordania. 

Il Rapporto di Foreign Policy ha evidenziato infine che Israele ha anche fornito supporto armato a fazioni ribelli che combattono contro gli affiliati dello Stato Islamico, presenti nel bacino di Yarmouk. A tal fine ha altresì condotto attacchi diretti con droni contro i comandanti dell’ISIS ed effettuato incursioni missilistiche contro le roccaforti del gruppo. Per quanto riguarda i gruppi ribelli che combattono le forze del regime di Assad, invece, non c’è stato alcun tipo di supporto tramite fuoco diretto.

L’assistenza fornita da Israele ai ribelli siriani è significativa per diverse ragioni secondo Foreign Policy. In primis, essa rappresenta la volontà israeliana di impedire il consolidamento della presenza iraniana in Siria. In secondo luogo, solleva alcune domande circa gli equilibri di potere in Siria, proprio quando la guerra civile sembra avvicinarsi ad una conclusione. È altresì importante notare che i contingenti iraniani, i quali hanno aiutato Assad a sconfiggere i ribelli, non mostrano alcuna inclinazione a ritirarsi dalla Siria, rappresentando un potenziale “punto di infiammabilità” tra Io Stato Ebraico e Teheran. In terzo luogo, come risultato dell’aiuto umanitario e militare fornito, Israele è ormai percepita da molti residenti della Siria meridionale come un’alleata. Perciò, mentre le truppe fedeli ad Assad, aiutate dalle forze russe e iraniane, hanno riaffermato il controllo territoriale su sempre più aree della Siria, Israele ha cercato altri modi per garantire i suoi interessi lungo il confine. A conferma di ciò, a luglio dell’anno corrente, i funzionari israeliani hanno raggiunto un’intesa con la Russia, la quale ha consentito il ritorno delle forze del regime nelle regioni occidentali di Daraa e Quneitra, le aree adiacenti alle alture del Golan. In cambio, la Russia avrebbe promesso di mantenere le milizie appoggiate dall’Iran a 80 chilometri dalle alture del Golan e di non ostacolare gli attacchi israeliani contro obiettivi iraniani in tutta la Siria.

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Alice Bellante

di Redazione

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