AIDS in Venezuela: una condanna a morte

Pubblicato il 14 settembre 2018 alle 6:03 in America Latina Venezuela

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Il deficit di beni di prima necessità che soffre il Venezuela e che ha causato l’emigrazione di oltre due milioni di persone negli ultimi quattro anni può diventare, per alcuni, una vera e propria condanna a morte. È il caso dei venezuelani affetti da AIDS, come spiega un’inchiesta del quotidiano spagnolo El País, poiché a Caracas sono finiti i farmaci antiretrovirali.

“Restare in Venezuela significa morire di AIDS – spiega Leonard Delgado al quotidiano – Non voglio andarmene perché ho un lavoro qui, guadagno ancora bene, amo il mio paese, ma ora penso solo alla mia salute ed è per questo che me ne vado. Ho un amico che è andato via a marzo e già riceve il trattamento e so di altri che sono andati in Perù e Cile per la stessa ragione e lì si trovano meglio”. Delgado, che una ONG messicana ha preso in carico e dovrebbe recarsi in Messico entro fine mese, aggiunge che è stato lo stesso personale ospedaliero a consigliargli, una volta ricevuta la diagnosi di positività all’HIV, di lasciare il paese.

I medici venezuelani denunciano il ricorso a “intrugli e unguenti” fatti in casa e distribuiti da “guaritori e ciarlatani” come negli anni ’80, quando la malattia fece la sua comparsa su scala mondiale e non si aveva alcun dato scientifico credibile. Secondo Carlos Pérez, primario di malattie infettive all’Hospital General del Oeste di Caracas, ogni settimana muoiono due pazienti e i medici per lunghi mesi sono stati costretti a fornire farmaci solo a chi “aveva speranze di poter guarire”. Pérez stesso ha dichiarato a El País che ha consigliato ai pazienti di emigrare. I medici denunciano inoltre la soppressione di tutte le campagne di prevenzione, il che ha causato un nuovo picco di infezioni, soprattutto tra i giovani. Intere comunità indigene sono a rischio, come i waros del delta dell’Orinico, denunciava già lo scorso maggio l’edizione in spagnolo del New York Times.

Dei 150.000 venezuelani HIV-postivi, 73.000 sono registrati per ricevere il trattamento con antiretrovirali. Nel 2018 ne sono rimasti, tra decessi e migrazioni, appena 10.000. Si calcola che negli ultimi anni siano morti 5.000 pazienti l’anno, di fronte a 11.000 nuovi casi. Si tratta di stime, poiché il dipartimento malattie infettive del sistema sanitario nazionale venezuelano non aggiorna le statistiche da anni e, nel 2018, ha cancellato la propria pagina web. L’ultimo acquisto regolare di antiretrovirali del Programma nazionale HIV-AIDS del Venezuela risale a settembre del 2017, e i farmaci che arrivano nel paese sono piccole quantità gestite dalle ONG o dalle brigate mediche che L’Avana continua ad inviare all’alleato in crisi.

In Colombia sono sorte organizzazioni umanitarie che si dedicano all’integrazione dei migranti sieropositivi e si occupano delle pratiche necessarie all’accesso al sistema sanitario colombiano. 

La grave crisi umanitaria in Venezuela ha favorito un enorme esodo che le Nazioni Unite hanno paragonato a quello causato nel Mediterraneo e in Medio Oriente dalla guerra civile siriana. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), dal 2014 un totale di 2,3 milioni di venezuelani sono fuggiti dal Paese, principalmente in Colombia, Ecuador, Perù e Brasile. La grave situazione economica e la carenza di cibo e medicine, che, nel caso di farmaci antiretrovirali è diventata totale assenza lo scorso aprile, spinge i venezuelani verso altri paesi, anche se il governo di Nicolás Maduro ha insistito a negare la situazione e lo stesso presidente ha affermato in più occasioni che quelli che emigrano sono ingannati dai media. A nulla è valso finora l’appello di 11 paesi latinoamericani a Maduro affinché accetti aiuti umanitari. 

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Traduzione dallo spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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