Quando gli americani uccidono i civili

Pubblicato il 10 settembre 2018 alle 6:16 in Approfondimenti USA e Canada

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In guerra esiste un principio molto semplice: i civili non possono essere presi deliberatamente di mira, a meno che non partecipino direttamente alle ostilità. Tale principio semplice affonda le sue radici in un’idea altrettanto semplice e cioè che, contrariamente a quanto si è ritenuto per molto tempo, in guerra non proprio tutto è concesso. Ciò significa che la guerra non fa di qualsiasi condotta una condotta lecita. Trattasi di un principio che comincia ad affiorare, per così dire, nella “coscienza” della comunità internazionale a partire dal diciannovesimo secolo, quando iniziarono ad essere siglati i primi accordi per la protezione degli ammalati e dei feriti nel corso dei conflitti armati. Da allora, gli Stati hanno avviato un processo di sviluppo pattizio che ha portato, nel ventesimo secolo, all’estensione della protezione ai prigionieri di guerra e ai civili coinvolti nei conflitti.

Oggi, da quasi 70 anni, la condizione dei civili nei conflitti armati è tutelata da un apposito trattato internazionale che, in quanto tale, è giuridicamente vincolante per le parti contraenti: la Quarta Convenzione di Ginevra, firmata nell’omonima città svizzera nell’agosto del 1949. E la data è particolarmente interessante. Esattamente 4 anni prima, nell’agosto del 1945, gli Americani sganciavano la bomba all’uranio “Little Boy” sulla città giapponese di Hiroshima e, 3 giorni dopo, la bomba al plutonio “Fat Man” sulla città giapponese di Nagasaki. Sui bombardamenti atomici il dibattito storico è ampio e controverso e ha visto contrapporsi quanti sostengono che la decisione americana sia stata necessaria per piegare un popolo, come quello giapponese, poco incline alla resa, a quanti, al contrario, ritengono che l’uso delle atomiche sia stato superfluo in una logica militare, ingiusto in una logica morale e unicamente finalizzato a lanciare un monito all’Unione Sovietica. In ogni caso, a prescindere dalle valutazioni soggettive al riguardo, emerge un dato oggettivo e innegabile e cioè che, in circa 10 secondi, ad Hiroshima e Nagasaki furono uccise all’istante rispettivamente 80.000 e 70.000 persone, tra uomini, donne e bambini, senza contare le migliaia di persone che morirono in seguito a causa delle radiazioni e delle altre conseguenze del disastro atomico.

Da allora la comunità internazionale ha pronunciato diversi “mai più”. Primo fra tutti, mai più la guerra. Il preambolo della Carta delle Nazioni Unite si apre con la nota formula con la quale gli Stati membri si dichiarano decisi a “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”. Quattro anni dopo, tuttavia, quegli stessi Stati hanno adottato le Convenzioni di Ginevra, che pongono il cosiddetto jus in bello. Cioè, se proprio guerra deve essere, che almeno ci siano delle regole. Con riferimento ai civili, come sottolinea Foreign Affairs, le disposizioni internazionali stabiliscono che le forze militari devono dirigere le loro operazioni solo verso i combattenti e gli obiettivi militari e devono comportarsi in modo da consentire ai loro avversari di distinguerle dai civili – indossando uniformi, per esempio, o portando le armi apertamente. Le Convenzioni di Ginevra affermano altresì che, in caso di dubbio, le forze militari dovrebbero assumere che gli obiettivi siano civili e che un certo numero di combattenti all’interno di una popolazione civile non fa di questa un bersaglio legittimo.

Il sangue dei civili, tuttavia, ha continuato a essere versato nei conflitti recenti e contemporanei. Da stragi e massacri di uomini, donne e bambini inermi non è esente neppure l’Occidente né, sotto il profilo che qui interessa, lo sono state le truppe americane. Cinquanta anni fa, nel pieno della guerra del Vietnam, 504 civili inermi e disarmati sono stati uccisi da soldati statuntensi come vendetta per uno scontro a fuoco con truppe Vietcong che si erano mischiate con i civili. Quell’episodio è noto ancora oggi come il massacro di My Lai.

Il massacro di My Lai

Vietnam, 1968. Da più di 7 anni, l’esercito del Vietnam del Nord, guidato dalla dittatura comunista di Ho Chi Minh e sostenuto dall’Unione Sovietica e dalla Cina, combatte contro l’esercito del Vietnam del Sud, retto da un regime anti-comunista guidato da Ngo Dinh Diem e sostenuto dagli Stati Uniti.

Il 16 marzo, i soldati americani della Compagnia C, primo battaglione, 20esimo fanteria dell’11esima brigata, della 23esima divisione di fanteria, guidati dal tenente William Calley, che, a sua volta, rispondeva al capitano Ernest Medina, raggiungono il villaggio di Son My, situato a circa 800 chilometri a nord di Saigon, lungo la costa centrale del Vietnam del Sud. Una delle 4 frazioni del villaggio di Son My si chiama My Lai. Quando i soldati statunitensi fanno il loro ingresso nel villaggio, non trovano alcun Vietcong ad attenderli. Ci sono solo anziani, donne e bambini. I soldati li raggruppano, mentre setacciano il villaggio e ispezionano le abitazioni. Poi, senza che un solo colpo sia stato esploso dalla popolazione civile, danno inizio al massacro. I vecchi vengono torturati, le donne stuprate, i bambini uccisi.

Un elicottero americano intanto giunge nei pressi di My Lai per un volo di ricognizione e si trova a sorvolare sul villagio. A bordo, c’è il sottufficiale Hugh Thompson Jr. Non gli occorre molto tempo per cogliere l’accaduto. “Ovunque guardassimo, vedevamo dei corpi”, avrebbe riferito in seguito il sottufficiale Thompson, “si trattava di neonati, di bambini di due, tre, quattro, cinque anni, di donne, di uomini molto anziani”. Thompson decide di atterrare e, con i suoi compagni, si frappone tra i vietnamiti superstiti e i soldati suoi connazionali, intimando loro di porre fine alle atrocità, sotto la minaccia di aprire il fuoco contro di loro. Poi, coordina l’evacuazione dei superstiti. Il suo elicottero si lascia alle spalle 347 cadaveri, ma sono 504 per i Vietnamiti.

Per un anno, di My Lai non si seppe nulla. L’esercito svolse le sue indagini, dapprima condotte dal colonnello Henderson, comandante della 11esima Brigata Leggera, poi, in seguito alla lettera di un soldato americano che denunciava il comportamento delle truppe statunitensi nei confronti dei civili vietnamiti, dal maggiore Colin Powell. “Le relazioni tra i soldati americani e il popolo vietnamita”, concluse Powell nel suo rapporto, “sono eccellenti”. In breve, secondo Foreign Affairs, in un primo momento, gli Stati Uniti hanno nascosto il crimine e negato le responsabilità. Di fatto, il mondo non conobbe la verità su My Lai per un anno.

Il 22 ottobre 1969, il giornalista freelance, Seymour Hersh, venne a sapere di un massacro di civili commesso dai soldati americani in Vietnam poco tempo prima. Hersh cominciò ad indagare e, tre settimane dopo, il 12 novembre 1969, il mondo scoprì la verità su My Lai.

L’esercito accusò 14 uomini per aver coperto la strage, incluso il colonnello Henderson che fu assolto. 12 ufficiali furono accusati di aver commesso reati, incluso l’omicidio. Di questi, solo il tenente Calley fu giudicato colpevole di omicidio premeditato di 22 civili vietnamiti e, nel 1971, condannato all’ergastolo. Calley si difese sostenendo di aver semplicemente eseguito gli ordini del suo superiore, il capitano Medina, che, da parte sua, negò tutte le accuse e fu rilasciato. In seguito, tuttavia, sarebbe intervenuto sulla strage di My Lai, sostenendo che erano state fornite alcune informazioni, rivelatesi poi inesatte, secondo cui i civili non si sarebbero trovati in quel momento nel villaggio. Più tardi, tuttavia, un tenente dell’esercito sudvietnamita avrebbe riferito ai suoi superiori che il massacro fu la vendetta per uno scontro a fuoco con truppe Vietcong che si erano mischiate ai civili.

Sotto la pressione dell’opinione pubblica che, in gran parte, lo considerava nient’altro che un capro espiatorio, Calley ricevette un atto di indulgenza da parte dell’allora presidente americano, Richard Nixon, e fu trasferito agli arresti domiciliari. Calley scontò questa pena per poco più di tre anni, prima di essere rimesso in libertà vigilata nel 1974. In quello stesso anno, il Dipartimento della Difesa americano ha adottato una direttiva che richiede che truppe e ufficiali arruolati ricevano la formazione sulle leggi della guerra durante l’addestramento di base o nelle accademie, nelle esercitazioni e, una volta schierati, durante la formazione sulle regole di ingaggio. Tale decisione è stata assunta sulla base del rapporto Peers, l’inchiesta sulle cause del massacro di My Lai, che ha individuato carenze sistematiche nell’addestramento delle forze statunitensi.

Quarantun’anni dopo la strage, nel 2009, Calley si è scusato pubblicamente per il massacro che, secondo il Washington Post, rimane, ad oggi, uno dei peggiori crimini di guerra commessi dagli Americani nella storia. Ma non l’ultimo.

La strage di Haditha

Iraq, 2005. Da più di due anni, la coalizione multinazionale a guida americana ha invaso il Paese mediorientale per abbattere il regime di Saddam Hussein, scatenando altresì la resistenza di gruppi armati locali intenzionati a liberare il Paese dagli invasori stranieri.

La mattina del 19 novembre 2005, un’unità di marines americani è in missione di pattugliamento ad Haditha, una cittadina agricola situata nel cuore del governatorato di al-Anbar. Una bomba esplode sul ciglio della strada, uccidendo un marine, il caporale ventenne Miguel Terrazas, e ferendone altri due. Poco dopo, i marines della Kilo Company, appartenenti al terzo battaglione del quinto reggimento fermano un taxi che arriva loro incontro e uccidono l’autista e 4 studenti universitari. Poi, si dividono e irrompono in 4 case vicine. Qui, danno inizio alla strage. Lanciano granate e aprono il fuoco, uccidendo uomini, donne, bambini e un anziano sulla sedia a rotelle. Alla fine, 24 civili iraqeni rimangono uccisi.

Il primo rapporto ufficiale sull’incidente riferisce che ad Haditha, il 19 novembre, sono morti solo 15 civili e tutti a causa dell’esplosione della bomba. Esattamente 4 mesi dopo, tuttavia, la rivista Time pubblica i risultati di un’indagine approfondita sull’accaduto, riportando una versione diversa con le accuse di omicidio a danno dei militari statunitensi. “L’incidente è sembrato uno dei tanti in questa guerra, il tipo di tragedia divenuto insensatamente di routine tra le notizie quotidiane di violenza in Iraq”, scrive il Time, presentando la versione ufficiale dell’accaduto. Poi aggiunge: “Ma i dettagli di quello che è successo quella mattina ad Haditha sono più inquietanti, contestati e orribili di quanto riportato inizialmente dai militari”. La rivista riferisce che, in base alle testimonianze di testimoni oculari e funzionari locali, i civili morti ad Haditha sono stati uccisi deliberatamente dai marines, come rappresaglia per l’attacco appena subito che aveva provocato la morte di un loro compagno. Secondo il Time, il bilancio delle vittime nelle abitazioni è di 15 civili disarmati, incluse 7 donne e 3 bambini. Tra loro, Eman Waleed, una bambina di 9 anni sopravvissuta, racconta di aver udito un’esplosione e degli spari, prima di vedere i marines entrare nella loro casa e dirigersi verso la stanza dove il padre stava leggendo il Corano. Eman racconta di aver udito degli spari. Poi, i marines sono entrati nel soggiorno, dove erano riuniti gli altri membri della sua famiglia. “Li ho visti sparare a mio nonno, prima al petto, poi alla testa. Dopo hanno ucciso mia nonna”, ricorda Eman, che prosegue il racconto affermando che i marines hanno poi cominciato a sparare verso l’angolo della stanza dove si nascondevano lei, suo fratello minore di 8 anni, Abdul Rahman, e gli altri adulti che sono rimasti uccisi nel tentativo di proteggerli. Eman è stata colpita alla gamba da un pezzo di metallo e suo fratello è stato colpito vicino alla spalla. Fonti militari statunitensi, da parte loro, hanno negato tale versione, sostenendo di aver aperto il fuoco dopo aver udito il rumore di un’arma che veniva caricata. In breve, si sarebbe trattato di legittima difesa in un’imboscata.

Il 29 maggio, il generale Peter Pace, presidente del Joint Chiefs of Staff, informa la CNN che due indagini sono in corso in merito a quanto accaduto ad Haditha: una relativa specificamente ai fatti del 19 novembre, l’altra in merito alle ragioni per cui le forze armate non hanno saputo prima dell’accaduto. Il 21 dicembre, 8 marines vengono accusati penalmente o puniti amministrativamente. In particolare, tra loro, il sergente Frank Wuterich, capo del distaccamento dei marines coinvolti, viene accusato di omicidio non premeditato, di falsa testimonianza nell’inchiesta e di aver tentato di persuadere gli altri a fare lo stesso. Dall’aprile 2007, tuttavia, le accuse contro gran parte dei marines inizialmente accusati vengono lasciate cadere, in alcuni casi in cambio di testimonianze, in altri per debolezza delle prove. Nel gennaio del 2012, invece, dopo anni di ritardo, il sergente Wuterich affronta la corte marziale per 9 capi d’accusa, tra cui quello di omicidio volontario. L’imputato, tuttavia, si dichiara colpevole solo di negligenza nello svolgimento del dovere. Il 24 gennaio, Wuterich viene condannato a 90 giorni di carcere e a una riduzione della retribuzione e del grado.

La gravità dei fatti del 19 novembre 2005 hanno indotto diversi commentatori a definire la strage di Haditha “il My Lai iraqueno”. Come ha scritto il Time, “l’incidente è il peggior caso di omicidio deliberato di civili iracheni da parte di membri del servizio degli Stati Uniti dall’inizio della guerra”.

E oggi?

Il coinvolgimento dei civili nelle guerre combattute dagli Stati Uniti non si limita al passato, al conflitto in Vietnam, in Iraq o in Afghanistan, segnato anch’esso da drammatici episodi di violenza commessi dai soldati americani contro la popolazione civile.

Con riferimento alla guerra aerea condotta contro lo Stato Islamico dalla coalizione internazionale a guida americana in Iraq, un’analisi condotta dal giornalista investigativo Azmat Khan e dal professor Anand Gopal e riportata dal New York Times, ha concluso che il numero di vittime civili è più alto – e di parecchio – rispetto a quello riconosciuto dalle forze armate statunitensi. Secondo National Interest, tali risultati forniscono almeno tre spunti di riflessione. Il primo fa riferimento ai valori e alla moralità di un’operazione militare in cui così tanti innocenti soffrono così tanto. Il secondo riguarda gli aspetti controproducenti di quella che, ufficialmente, è un’offensiva anti-terroristica. L’idea è che il risentimento della popolazione civile nei confronti degli “Americani che uccidono innocenti” tende potenzialmente a creare più terroristi di quanti non ne combatta, promuovendo il sentimento che costituisce il terreno fertile della propaganda terroristica stessa. Il terzo riguarda la trasparenza e l’accountability, cioè la capacità dei cittadini americani e della classe politica di valutare adeguatamente ciò che sta accadendo in una campagna militare di cui, di fatto, si conosce solo parte della verità.

Secondo National Interest, proprio con riferimento alla trasparenza e all’accountability di operazioni che si svolgono in teatri così geograficamente lontani, la situazione si è complicata ulteriormente sotto l’amministrazione Trump. Già nel 2015, quando era ancora un candidato in corsa per la Casa Bianca, Trump ha dichiarato che avrebbe preso di mira i terroristi e le loro famiglie. Da presidente, Trump non solo ha incrementato il numero di attacchi con i droni ma ha anche rafforzato la segretezza che circonda il programma, rendendo in tal modo più difficile accertarne la portata, l’efficacia e la legittimità. In breve, riducendone la trasparenza e l’accountability. Questo determina una discrasia tra dati ufficiali e dati reali. Ad esempio, The Guardian riporta che, se la coalizione ha stimato di aver ucciso involontariamente circa 801 civili nei suoi attacchi aerei diretti contro obiettivi terroristici in Siria e in Iraq tra agosto 2014 e ottobre 2017, il gruppo di monitoraggio Airwars afferma, invece, che il numero di civili uccisi in quel periodo di tempo ammonta almeno a 5.961 vittime.

Secondo Foreign Affairs, tuttavia, il numero delle vittime civili nei conflitti in cui gli Americani sono stati coinvolti nel ventunesimo secolo è inferiore rispetto al numero delle vittime civili nei conflitti del secolo scorso. Questo dimostra che Washington si sta rivelando più attenta a quelli che, secondo Foreign Affairs, sono i due principi fondamentali delle leggi della guerra, cioè il principio di distinzione e il principio di proporzionalità. Il principio di distinzione richiede alle parti coinvolte nel conflitto di distinguere tra obiettivi militari, che sono legittimi, e obiettivi prettamente civili, che, invece, non lo sono. Il principio di proporzionalità, invece, stabilisce che il danno collaterale ai civili è accettabile se è una conseguenza di attacchi a obiettivi militari legittimi e se il danno non supera il beneficio militare previsto.

Il numero di vittime civili nella guerra in Iraq, fa notare Foreign Affairs, è di gran lunga inferiore rispetto al numero di vittime civili nella guerra del Golfo del 1991 o rispetto a quello nei bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, quando le forze statunitensi e britanniche si impegnarono regolarmente in attacchi contro città tedesche e giapponesi, uccidendo più di un milione di non combattenti. Il numero totale di civili uccisi dalle forze americane o dal fuoco incrociato nei primi tre anni e mezzo di guerra in Iraq è più di 8 volte inferiore rispetto alle circa 85.000 persone, per lo più civili, uccise durante il bombardamento di Tokyo, il 9 marzo 1945.

Come fa notare Foreign Affairs, la distinzione fondamentale consiste nel fatto che gran parte delle vittime civili durante la seconda guerra mondiale furono il risultato di bombardamenti intenzionalmente diretti contro obiettivi civili allo scopo di fiaccare il morale del nemico. Tale tipologia di attacchi è oggi più rara da parte delle forze armate statunitensi che, peraltro, oltre a considerare vincolanti gran parte delle convenzioni internazionali in materia, sono vincolate dal 1863 al rispetto del cosiddetto Codice Lieber che, disciplinando la condotta nella guerra terrestre, ha riconosciuto l’immunità ai non combattenti.

Detto questo, un certo coinvolgimento dei civili durante i conflitti è inevitabile. Come spiega Foreign Affairs, “è per questo che la guerra è un inferno”. Spesso, i civili rimangono intrappolati nel fuoco incrociato, per quanto tutte le parti combattenti possano rispettare pienamente il principio della loro immunità. Altre volte, come nel caso del massacro di My Lai o della strage di Haditha, è l’iniziativa autonoma dei soldati sul campo a dar vita alle atrocità che, quando emergono, sconvolgono l’opinione pubblica mondiale. Formalmente, i soldati statunitensi sono obbligati dal diritto internazionale e dal Codice uniforme di giustizia militare a rifiutarsi di obbedire a comandi illegali e devono presumere che comandi evidentemente immorali sono sempre illegali. Tuttavia, come ha scritto il Time con riferimento alla strage del 19 novembre 2005, “quello che è successo ad Haditha è un promemoria degli orrori di cui sono vittime i civili nel mezzo della guerra e di che cosa può fare la guerra alle persone che la combattono”. La guerra, cioè, cambia le persone. “Ho mandato loro un bravo ragazzo e ne hanno fatto un assassino”, ha affermato Myrtle Meadlo, la madre di uno dei soldati che ha partecipato al massacro di My Lai. In altri casi, però, la guerra induce ad “atti di coraggio e di coscienza”. Se è vero che quel 16 marzo di cinquanta anni fa, in Vietnam, molti soldati statunitensi hanno assassinato civili innocenti, è anche vero che alcuni loro compagni hanno rifiutato di obbedire agli ordini o hanno sparato in aria, mancando deliberatamente i civili che era stato ordinato loro di uccidere.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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