Bangladesh: aumentare pressioni sul Myanmar per rimpatriare i Rohingya

Pubblicato il 9 settembre 2018 alle 19:08 in Bangladesh Myanmar

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La premier del Bangladesh, Sheikh Hasina, ha chiesto alla comunità internazionale, inclusa la Banca islamica per lo sviluppo (IDB), di aumentare la pressione sul Myanmar per assicurare il rimpatrio dei migliaia di Rohingya che sono scappati dal Paese.

“Nonostante l’impatto negativo sulle nostre risorse, sull’ecologia e sulla popolazione locale, abbiamo aperto le nostre frontiere per dare rifugio al grande numero di musulmani Rohingya, su basi umanitarie” ha spiegato la Sheikh, durante il suo discorso in occasione dell’inaugurazione del primo hub regionale della Banca islamica per lo sviluppo nella capitale del Bangladesh, Dacca. “Chiedo alla comunità internazionale di adottare misure specifiche per aumentare la pressione sul Myanmar e rendere effettivo il patto” ha aggiunto la donna, senza specificare, tuttavia, il tipo di attività che vorrebbe vedere attuate.

Il primo ministro del Bangladesh ha fatto altresì appello alla IDB, sottolineando che, davanti alla pulizia etnica attuata nei confronti dei Rohingya, la banca non può rimanere silente. Da parte sua, la Banca islamica per lo sviluppo non ha commentato il discorso della Sheikh.

Il portavoce del governo birmano, Zaw Htay, ha declinato i commenti su quanto affermato dalla premier e ha citato una nuova politica da lui adottata, secondo la quale risponderà solamente alle domande dei media durante conferenze stampa quindicinali tenute nella capitale del Paese, Naypyidaw.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficialmente dal Myanmar e, per questo, è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Paese. Tali persecuzioni avevano subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto, quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya avevano attaccato alcune stazioni di polizia. La gravità della situazione aveva poi spinto i governi di Bangladesh e Myanmar a incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza etnica. Tale accordo era stato raggiunto all’inizio del 2018, nel mese di gennaio, e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar nel corso di due anni. Il governo del Myanmar ha provveduto ad istituire due centri di accoglienza ed un campo temporaneo situato lungo il confine con il Bangladesh per sistemare i primi profughi rimpatriati. Tuttavia, il vicesegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ursula Mueller, dopo aver visitato il Paese lo scorso aprile, ha espresso alcuni dubbi in merito all’adeguatezza delle future sistemazioni per i Rohingya.

Il 27 agosto, un report dell’Onu aveva reso noto che i generali militari del Myanmar avevano commesso uccisioni e stupri di massa nei confronti della minoranza musulmana locale dei Rohingya, con l’intento di effettuare un vero e proprio genocidio. Per tali ragioni, tali ufficiali dovrebbero essere perseguiti per aver pianificato il più grave dei crimini del diritto internazionale. Nei giorni seguenti, il governo del Myanmar aveva respinto tali accuse, riferendo che le autorità non concordano o accettano nessuna delle risoluzioni del Consiglio per i diritti umani dell’Onu. “Abbiamo zero tolleranza verso le violazioni dei diritti umani e, dal momento che non abbiamo permesso alla missione dell’Onu di entrare in Myanmar, non accettiamo nessuna delle sue risoluzioni”, aveva chiarito Zaw Htay, aggiungendo che il Paese possiede la propria commissione indipendente per smentire le false accuse mosse dalle agenzie dell’Onu e dalla comunità internazionale nei confronti del proprio esercito.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Chiara Romano

di Redazione

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