Stati Uniti: risposta militare se Assad usa le armi chimiche

Pubblicato il 8 settembre 2018 alle 11:20 in Siria USA e Canada

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Joseph Dunford, il più importante generale statunitense, ha reso noto di aver avviato un dialogo con la Casa Bianca per delineare opzioni militari percorribili nel caso in cui il governo di Damasco del presidente Bashar al-Assad decida di ignorare il monito dei Paesi occidentali e fare uso di armi chimiche per riconquistare l’enclave di Idlib, ultima roccaforte siriana in mano ai ribelli.

Joseph F. Dunford è l’attuale generale dei Marines nonché capo dello stato maggiore congiunto dal 25 settembre 2015, ossia l’ufficiale di rango più elevato delle forze armate americane, in quanto presiede il Comitato dei capi di stato maggiore delle quattro principali forze militari statunitensi: esercito, marina, aviazione e Marines. Se da un lato Dunford, nella giornata di sabato 8 settembre, ha affermato che allo stato attuale gli Stati Uniti non hanno ancora preso una decisione definitiva in merito a una eventuale risposta militare, qualora Assad dovesse ricorrere alle armi chimiche contro i ribelli siriani, dall’altro il generale ha spiegato che sta portando avanti un dialogo giornaliero con il presidente Trump per tenersi in costante aggiornamento sulle strategie militari da impiegare nella peggiore delle ipotesi. Lo ha riferito Dunford stesso ai giornalisti durante una visita diplomatica in India, e ha più tardi aggiunto che il presidente si aspetta che le forze armate abbiano in serbo solide opzioni militari e lo tengano costantemente aggiornato sugli sviluppi di una strategia di azione bellica. A ogni modo, il generale non ha voluto esplicitare quali sono le intenzioni di Trump in merito a un effettivo dispiegamento di armi chimiche da parte del regime siriano, né ha fornito spiegazioni circa le informazioni in mano ai servizi di intelligence del Paese e alla possibile certezza che Damasco userà l’arsenale proibito. Proprio nella settimana precedente a tale affermazione, un importante inviato americano aveva annunciato che c’erano prove schiaccianti sull’imminente preparazione di armi chimiche da parte di Assad.

Dunford si è però dimostrato cinico rispetto all’ipotesi che un assalto massiccio alla roccaforte di Idlib possa essere evitato, rispondendo ai reporter che, secondo lui, probabilmente nulla può fermare tale offensiva. Il generale ha inoltre messo in guardia circa la possibilità che tale attacco si trasformi in una vera e propria catastrofe umanitaria, e ha spiegato che a suo avviso la Siria potrebbe mettere in campo soluzioni alternative e ben più efficaci rispetto a un assalto massiccio e convenzionale, in particolare operazioni mirate di antiterrorismo.

Infine, Dunford ha aggiunto che, per quanto forse c’era da aspettarselo, è pur sempre deludente scoprire che la Russia, la Turchia e l’Iran non siano riuscite a raggiungere una soluzione congiunta. Il capo delle forze armate americane si riferiva con tale affermazione all’incontro avvenuto il giorno prima, venerdì 7 settembre, quando, i leader di Russia, Iran e Turchia non erano riusciti ad accordarsi in merito a una tregua militare per quanto riguarda il futuro di Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli siriani contro la quale il governo di Damasco ha minacciato di scatenare un’offensiva militare di larga scala, rifiutando la proposta di cessate-il-fuoco di Ankara. Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, aveva ospitato a Teheran le sue controparti russe e turche, Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan, per discutere la situazione siriana. In tale occasione, la Turchia aveva esposto i suoi timori verso la possibilità di un massacro e aveva esternato la sua incapacità di accogliere ulteriori rifugiati alla frontiera, ma Putin si era detto contrario alla tregua, a suo avviso inutile in quanto non coinvolgerebbe i gruppi militanti islamisti che a suo avviso sono veri e propri terroristi.

Nonostante le tre parti abbiano interessi diversi nell’area, con l’Iran e la Russia che sostengono il regime del presidente della Siria, Bashar Al-Assad, e la Turchia che supporta l’opposizione siriana e alcuni gruppi di ribelli e ha dispiegato concretamente truppe sul territorio, i leader si erano già incontrati in altre 2 occasioni precedenti, il 22 novembre 2017 e il 4 aprile 2018.

Il regime di Assad, che gode del supporto aereo della Russia e del sostegno a terra dell’Iran, sta attuando un piano che prevede la riconquista a “fasi” della zona, dispiegando un maggior numero di truppe e intensificando le operazioni militari. In tale contesto, la comunità internazionale ha ripetutamente espresso la preoccupazione che un’offensiva su vasta scala contro Idlib possa provocare un disastro umanitario, dal momento che la roccaforte ospita almeno 3 milioni di persone. Ankara, in particolare, teme che tale assalto potrebbe provocare un’ondata migratoria in Turchia, dal momento che la città di Idlib si trova in prossimità del confine turco. Durante il summit del 7 settembre, Erdogan ha sottolineato che la Turchia non è più in grado di accettare rifugiati siriani. Finora, la guerra civile siriana, scoppiata il 15 marzo 2011 e tuttora in corso, ha causato la morte di oltre mezzo milione di persone e ha spinto 11 milioni di civili ad abbandonare il Paese in cerca di riparo; di questi, circa 3,5 milioni sono stati accolti da Ankara.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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