Rohingya: Myanmar rifiuta verdetto della Corte penale internazionale

Pubblicato il 8 settembre 2018 alle 16:05 in Asia Myanmar

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Venerdì 7 settembre, all’indomani del verdetto senza precedenti pronunciato dalla Corte penale internazionale in merito alla deportazione dei Rohingya in Bangladesh, il Myanmar ha affermato di non essere obbligato a rispettare la sentenza.

Il Myanmar ha respinto con fermezza il verdetto emanato, giovedì 6 settembre, dalla Corte penale internazionale (International Criminal Court, in sigla ICC), il quale attribuiva all’organo di giustizia piena giurisdizione in merito alle presunte deportazioni di cittadini Rohingya in Bangladesh, che potrebbero costituire un crimine contro l’umanità. Tramite tale sentenza, il tribunale accresceva i propri poteri decisionali nel quadro dell’indagine contro i presunti crimini e violazioni dei diritti umani perpetrati dal governo del Myanmar ai danni della comunità Rohingya, sebbene il Paese non sia un membro della Corte internazionale.

Per tutta risposta, l’ufficio del presidente burmese, Win Myint, venerdì 8 settembre ha rifiutato la sentenza internazionale, definendola “il risultato di una procedura faziosa e di dubbio valore legale” e sostenendo che il Paese non è in alcun modo vincolato a rispettare tale decisione. Il gabinetto presidenziale ha altresì aggiunto che “sono state permesse presunte accuse che riguardavano pregni racconti di strazianti tragedie personali che non hanno nulla a che fare con gli argomenti legali in causa, e ciò ha caricato la Corte di un bagaglio di pressione emotiva”.

La decisione del tribunale internazionale era mirata a gettare le fondamenta per una ulteriore indagine da parte dell’accusa, impersonata da Fatou Bensouda, per determinare se ci fossero prove sufficienti ad accusare le autorità interessate. “La Corte ha giurisdizione sul crimine contro l’umanità inerente alla deportazione presunta perpetrata contro i membri della comunità Rohingya”, ha spiegato un comitato di tre giudici per iscritto, giovedì 6 settembre, motivando la decisione dell’ICC. “La ragione è che un elemento di siffatto crimine (l’attraversamento della frontiera) ha avuto luogo nel territorio di uno Stato che fa parte dello Statuto (ossia il Bangladesh)”, citava la sentenza. Dunque, mentre il Myanmar non è un Paese membro del Tribunale dell’Aia, il Bangladesh lo è a tutti gli effetti, e lo sconfinamento sarebbe legalmente sufficiente ad aprire il caso e motivare il verdetto.

Venerdì, Amnesty International ha accolto positivamente la sentenza del tribunale, definendola un “chiaro segnale che l’esercito del Myanmar sarà ritenuto responsabile”. In tal proposito Biraj Patnaik, direttore del dipartimento dell’Asia meridionale in seno all’organizzazione umanitaria, ha affermato: “Questa decisione è un significativo passo nella giusta direzione, che apre chiaramente la strada alla giustizia per i Rohingya che sono stati spinti fuori dalle loro case, spesso mentre i soldati facevano fuoco contro di loro e appiccavano fuoco ai loro villaggi”.

Il Myanmar è stato messo sempre più alle strette, nell’ultimo mese, dalle pressioni della comunità internazionale, per via delle violenze condotte contro la minoranza Rohingya, gruppo al quale il governo nega la cittadinanza. La sentenza della Corte internazionale dell’Aia fa seguito allo scandalo causato quando, lunedì 3 settembre, due giornalisti dell’agenzia di stampa Reuters – entrambi di nazionalità burmese – sono stati condannati a 7 anni di carcere con l’accusa di “violazione di segreti di Stato”. Wa Lone, 32 anni, e Kyaw Soe Oo, 28, stavano conducendo un’indagine sulle esecuzioni extragiudiziali dei Rohingya in alcuni villaggi, quando, lo scorso dicembre, erano stati arrestati.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficiale del Paese e, per questo, è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Myanmar. Tali persecuzioni hanno subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya attaccarono alcune stazioni di polizia. La gravità della situazione ha poi spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo è stato raggiunto all’inizio del 2018, nel mese di gennaio, e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar nel corso di due anni. Il governo del Myanmar ha provveduto ad istituire due centri di accoglienza ed un campo temporaneo situato lungo il confine con il Bangladesh per sistemare i primi profughi rimpatriati. Tuttavia, il vicesegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ursula Mueller, dopo aver visitato il Paese lo scorso aprile, ha espresso alcuni dubbi in merito all’adeguatezza delle future sistemazioni per i Rohingya.

Il 27 agosto, un report dell’Onu ha reso noto che i generali militari del Myanmar hanno commesso uccisioni e stupri di massa nei confronti della minoranza musulmana locale dei Rohingya, con l’intento di effettuare un vero e proprio genocidio. Per tali ragioni, tali ufficiali dovrebbero essere perseguiti per aver pianificato il più grave dei crimini del diritto internazionale. Nei giorni seguenti, il governo del Myanmar ha respinto tali accuse, riferendo che le autorità non concordano o accettano nessuna delle risoluzioni del Consiglio per i diritti umani dell’Onu. “Abbiamo zero tolleranza verso le violazioni dei diritti umani e, dal momento che non abbiamo permesso alla missione dell’Onu di entrare in Myanmar, non accettiamo nessuna delle sue risoluzioni”, ha chiarito Zaw Htay, aggiungendo che il Paese possiede la propria commissione indipendente per smentire le false accuse mosse dalle agenzie dell’Onu e dalla comunità internazionale nei confronti del proprio esercito.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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