Caos Libia: Francia ribadisce, “elezioni il 10 dicembre”

Pubblicato il 7 settembre 2018 alle 9:43 in Francia Libia

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La Francia è impegnata a perseguire il processo politico libico e ad organizzare le elezioni nel Paese nordafricano, previste per il 10 dicembre, in linea con quanto concordato alla Conferenza di Parigi tra i diversi attori libici, il 29 maggio scorso. Lo si apprende da una nota del Ministero degli Esteri francese, il quale riferisce che, “chi cercherà di ostacolare il processo politico, dovrà pagare dei propri atti”.

Con tale dichiarazione, la Francia ha ribadito la propria posizione contraria a quella dell’Italia che, invece, sostiene che i cittadini libici devano decidere quando votare. Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha spiegato che non dovrebbero essere fissate date, poiché sta alle istituzioni libiche stabilire il momento delle votazioni. “Su tale questione esiste una dialettica, dentro e fuori l’Italia. È curioso che le date siano stabilite dall’estero”, ha commentato il ministro italiano.

Nella giornata di giovedì 6 settembre, il presidente francese, Emmanuel Macron , ha colloquiato telefonicamente con il premier del governo di Tripoli, Fayez Serraj, il quale ha esortato la comunità internazionale ad assumere una posizione congiunta e determinata contro coloro che ostacolano o rallentano il processo politico libico.

Nel frattempo, venerdì 7 settembre, riaprirà l’aeroporto di Mitiga, l’unico aeroporto funzionante nei pressi di Tripoli, che era stato chiuso la scorsa settimana per via degli scontri tra le milizie rivali nell’area della capitale. Dopo circa dieci giorni di violenze, scoppiate tra il 26 e il 27 agosto, il 4 settembre l’Onu ha raggiunto un cessate il fuoco di comune accordo con le parti coinvolte, al fine di sedare le tensioni, che hanno provocato complessivamente la morte di 63 persone e il ferimento di 159. Il giorno seguente a tale accordo, la milizia Settima Brigata ha denunciato una violazione da parte del gruppo Al-Daman, che avrebbe ferito due miliziani rivali.

La settima Brigata, parte di una delle due coalizioni di milizie rivali coinvolte negli scontri a Tripoli, è conosciuta anche con il nome di Kani ed è originaria della città di Tarhuna, situata 65 chilometri a sud-est di Tripoli. La seconda coalizione, invece, è formata dalle Tripoli Revolutionaries Brigade e dagli alleati Misrata’s 301 Brigade, Bab Tajoura Brigade, Ghanewa Brigade e Nawasi Brigade.

Nel corso di un briefing al Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’inviato speciale in Libia, Ghassam Salame, ha spiegato che la situazione che esisteva nella capitale libica fino allo scoppio delle proteste era di “calma apparente”, in quanto, da tempo, Tripoli era sull’orlo di un nuovo collasso. Tuttavia, Salame ha precisato che la Missione delle Nazioni Unite in Libia (UNISMIL) non permetterà che venga ripetuta la distruzione del 2014, quando la città venne rasa al suolo nel corso degli scontri tra le milizie rivali. A suo avviso, le ultime tensioni stanno offrendo l’opportunità di risolvere le vere cause degli scontri, riducendo l’influenza dei gruppi armati che, finora, era stata legittimata dal processo politico. Salame ha inoltre messo in guardia circa la presenza dell’ISIS in Libia, chiedendo l’immediata attuazione di riforme economiche.

Da quando il regime del dittatore Muammar Gheddafi è stato rovesciato dall’intervento della NATO, nell’ottobre 2011, la Libia non è mai riuscita a compiere una transizione democratica. Tra il 2012 e il 2014, il Paese è giunto nuovamente sull’orlo di una guerra civile, che ha portato alla formazione di due governi rivali, uno insediato a Tripoli e uno a Tobruk. Il 17 settembre 2015, l’accordo di Skhirat ha dato vita al Governo di Accordo Nazionale (GNA), con a capo Serraj, che avrebbe dovuto unificare il panorama politico libico. Tuttavia, gli altri due governi non l’hanno mai riconosciuto. Serraj è riuscito ad insediarsi a Tripoli soltanto il 30 marzo 2016 e, da allora, le autorità libiche continuano ad essere divise in due governi: quello stanziato a Tripoli e guidato da Serraj, appoggiato dall’Onu, e quello di Tobruk, il cui uomo forte è il generale Khalifa Haftar, capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), appoggiato da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Italia e Francia sono in competizione per estendere la propria influenza sul Paese nordafricano che, pur essendo diviso e devastato dalla guerra, è ricco di petrolio e gas. Roma ha stretti rapporti con le autorità di Tripoli ed è l’unico Stato occidentale ad aver riaperto la propria ambasciata nella capitale libica. La Francia, invece, è ritenuta più vicina a Haftar, il quale ha dichiarato che, se le elezioni di dicembre non saranno trasparenti, il suo esercito le farà “abortire“. 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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