La paura e Trump: “Uccidiamo Assad”, “McCain era un codardo”

Pubblicato il 6 settembre 2018 alle 6:30 in USA e Canada

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“Fear”, in italiano “paura”, è un libro di Robert Woodward che dipinge un ritratto straziante della presidenza Trump e i cui contenuti esplosivi, se verificati, rischiano di mettere in seria difficoltà il presidente americano fuori e dentro gli Stati Uniti. Sicurezza Internazionale pubblica integralmente gli estratti disponibili del libro che sta scandalizzando l’America e il mondo intero.

Il testo è basato su centinaia di ore di interviste con personalità vicine al presidente americano, su note di riunione, diari personali e documenti governativi. Robert “Bob” Upshur Woodward è un giornalista statunitense, tra le firme di punta del Washington Post, autore di diversi saggi tra cui “Tutti gli uomini del presidente, scritto insieme a Carl Bernstein, e riguardante la loro inchiesta sul caso Watergate. Alcuni brani del suo nuovo libro, 448 pagine, la cui uscita è prevista per l’11 settembre, sono stati lanciati in anteprima dal Washington Post. Il quotidiano americano pubblica numerosi estratti e annuncia che il tema centrale del libro sono le macchinazioni furtive usate da coloro che sono nel “santuario interno” di Trump. Si parla della ricerca continua, da parte dello staff presidenziale, di controllare gli impulsi e prevenire eventuali disastri, sia per il presidente sia per la nazione. Woodward descrive le stanze più inaccessibili della presidenza americana e racconta di “un colpo di stato amministrativo” caratterizzato da un “esaurimento nervoso” del ramo esecutivo. Una delle descrizioni che colpiscono di più riguarda gli assistenti più anziani costretti a togliere documenti ufficiali dalla scrivania del presidente, in modo che questo non possa firmarli con la speranza che finisca per dimenticarsene. 

Il titolo del libro rimanda a una dichiarazione fatta dallo stesso Trump in un’intervista col giornalista politico Robert Costa, nel 2016. Trump, in quell’occasione, aveva dichiarato: “Il vero potere è, non voglio nemmeno usare la parola, paura”. Woodward ha cercato a lungo di ottenere un’intervista con Trump, attraverso diversi intermediari, ma senza successo. Il presidente ha però richiamato Woodward all’inizio di agosto, dopo aver saputo della conclusione del manoscritto. Il Washington Post pubblica l’audio della conversazione telefonica, in cui Trump si è lamentato che quello che Woodward aveva scritto sarebbe stato un “brutto libro”, se questo non avesse raccontato che la Casa Bianca sta facendo il miglior lavoro di sempre. L’autore, difendendo il proprio operato, risponde che sarà un libro “duro”, ma basato su report reali. Alcune ore dopo che il Washington Post ha riportato per la prima volta gli estratti del libro di Woodward, la Casa Bianca ha risposto prontamente con numerose smentite.

In “Fear: Trump in the White House”, l’autore racconta come la squadra per la sicurezza nazionale di Trump sia rimasta scossa dalla sua ignoranza degli affari mondiali e dal suo disprezzo per le proposte di gestione degli affari esteri ed interni dei leader militari e dei servizi segreti. Woodward racconta di John Dowd, avvocato personale del presidente, e del suo tentativo di preparare Trump in vista della testimonianza con l’avvocato Robert Mueller, a proposito dell’inchiesta del Consiglio speciale sull’ingerenza russa nelle elezioni americane del 2016. Nella residenza della Casa Bianca, Dowd avrebbe interrogato il presidente Trump sul Russiagate, provocando inciampi, contraddizioni e, infine, una crisi di nervi. Il presidente avrebbe perso la calma ed esclamato: “Questa cosa è un maledetto inganno”, proseguendo con uno sfogo di 30 minuti, terminato con la confessione: “Non voglio davvero testimoniare”. Woodward descrive la rabbia e la paranoia di Trump riguardo l’inchiesta sulla Russia, con la conseguenza che questa avrebbe paralizzato il lavoro del presidente per giorni interi. Secondo il racconto di Woodward, apprendendo la nomina di Mueller, nel maggio 2017, Trump avrebbe esclamato, visibilmente contrariato: “Cercano tutti di prendermi!”.

Sempre secondo gli estratti pubblicati dal Washington Post, il libro racconta che in una riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale, il 19 gennaio, Trump si sarebbe lamentato della massiccia presenza militare statunitense nella penisola coreana e dell’esistenza di un’operazione speciale di intelligence che consente agli Stati Uniti di rilevare un lancio missilistico nordcoreano in 7 secondi, contro i 15 minuti necessari per rilevare tale avvenimento dall’Alaska. Trump avrebbe messo in dubbio il motivo per cui il governo stava spendendo tali risorse nella regione. “Lo stiamo facendo per prevenire la Terza Guerra Mondiale”, gli avrebbe riposto il Segretario alla Difesa, Jim Mattis. Dopo che Trump ebbe abbandonato l’incontro, Woodward racconta: “Mattis era particolarmente esasperato e allarmato, e continuava a dire ai colleghi stretti – che concordavano con lui – che il presidente si comportava con un bambino di quinta elementare”.

 Come anticipato, l’amministrazione americana ha comunicato una serie di smentite pubbliche, tramite le dichiarazioni di alcuni alti consiglieri: il capo dello staff della Casa Bianca, John F. Kelly, il segretario alla Difesa Jim Mattis, il capo della stampa della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, e l’ex avvocato personale di Trump, John Dowd. Mattis ha definito il libro “una finzione” e Sanders ha denunciato i contenuti come “nient’altro che storie inventate, alcune di queste da ex dipendenti scontenti”, senza contestare nessuno degli specifici episodi riportati negli estratti. La sera del 4 settembre, Trump ha tweettato in risposta ai primi brani disponibili nell’articolo e ha suggerito che il rilascio del libro sia stato programmato per influenzare le elezioni di metà mandato, che si terranno a Novembre. “Il libro di Woodward è già stato smentito e screditato da James Mattis e dal generale John Kelly. Le loro citazioni sono frodi, una truffa nei confronti del pubblico. Vale anche per altre storie e citazioni. “Woodward è un democratico operativo? Notate la tempistica?” ha scritto il presidente americano su twitter.  In una dichiarazione al The Post, Woodward ha dichiarato: “Da parte mia, non posso che difendere i rapporti”. Secondo quanto riporta ancora il Washington Post, la sera del 4 settembre, Trump era furioso e chiedeva di parlare con Woodward, in base a quanto riferito da un consigliere esterno. Questa persona ha poi aggiunto che il presidente è risultato di umore particolarmente paranoico, probabilmente a causa della pubblicazione di un altro libro rivelazione dell’ex senior adviser, Omarosa Manigault Newman, e per via di un percepito tradimento da parte di diversi assistenti chiave, soprattutto in relazione al Russiagate. “Non pensa di potersi fidare di nessuno”, ha riferito il consigliere. Il presidente ha esortato i principali funzionari della Casa Bianca e i membri del Gabinetto a parlare, se questi fossero in disaccordo su come sono stati citati nel libro di Woodward. 

Nel racconto di Woodward, molti dei migliori consiglieri risultano ripetutamente innervositi dalle azioni di Trump. All’interno della Casa Bianca, Woodward ritrae un dirigente instabile, sprezzante delle convenzioni e incline a urlare contro i membri del personale di alto livello, quotidianamente sminuiti e sconvolti. John F. Kelly, capo di gabinetto della Casa Bianca, avrebbe perso spesso la pazienza, secondo quanto scrive Woodward. In una riunione ristretta, Kelly avrebbe detto del presidente Trump: “È un idiota. È inutile cercare di convincerlo di qualcosa. È uscito dai binari. Siamo a Crazytown. Non so nemmeno perché qualcuno di noi sia qui. Questo è il peggior lavoro che abbia mai fatto”. Reince Priebus, il predecessore di Kelly, temeva di poter fare ben poco per fermare Trump dallo scatenare il caos più totale. Woodward scrive che Priebus avrebbe soprannominato la camera da letto presidenziale, dove Trump guardava ossessivamente le notizie via cavo, commentandole su Twitter, “il laboratorio del diavolo”. Allo stesso modo, avrebbe definito i momenti dedicati al social network dal presidente come “tweetstorms”, tempeste di tweet, affermando che quella era per tutti “l’ora della caccia alle streghe”.

Dal libro, risulta una scarsa stima di Trump per il precedente capo di gabinetto della Casa Bianca. Una volta il presidente americano avrebbe ordinato al segretario del personale, Rob Porter, di ignorare Priebus dicendo che questo era “come un piccolo topo, che non fa altro che scappare in giro”. Pochi nell’orbita di Trump sarebbero stati protetti dagli insulti del presidente. Spesso, infatti, il presidente americano si sarebbe fatto beffe del consigliere per la sicurezza nazionale H.R.M. Master alle sue spalle, gonfiando il petto ed esagerando il suo respiro mentre impersonava il generale dell’esercito in pensione. In un’altra occasione avrebbe dichiarato che Master si veste solo con abiti da quattro soldi, “come un venditore di birra”. Ed ancora, Woodward racconta, secondo le fonti che non è intenzionato a rivelare, che durante una cena a cui erano presenti il generale Joseph F. Dunford Jr., Capo di Stato Maggiore dell’esercito americano e numerose altre personalità, Trump si sarebbe scagliato contro il deceduto senatore John McCain, dipingendo l’ex pilota della Marina come un codardo, e suggerendo che fosse stato liberato in anticipo da un campo di prigionia in Vietnam, lasciando indietro i proprio compagni, grazie al rango militare di suo padre. In tale occasione, Mattis avrebbe corretto rapidamente il suo capo: “No, signor presidente, penso che l’abbia scambiato con qualcun’altro”. Il segretario della difesa avrebbe quindi spiegato che l’ex senatore McCain, morto il 25 agosto, aveva infatti rifiutato la liberazione anticipata ed era stato brutalmente torturato durante i suoi cinque anni di prigionia presso l’“Hanoi Hilton”. “Oh, okay”, avrebbe risposto Trump, secondo il resoconto di Woodward.

Con la rabbia e l’atteggiamento di sfida di Trump impossibili da contenere, i membri del Gabinetto e gli altri alti funzionari avrebbero imparato ad agire con discrezione. Woodward descrive un’alleanza tra i funzionari più vicini a Trump – tra cui Mattis e Gary Cohn, l’ex consigliere economico del presidente – per ostacolare quelli che consideravano gli atti più pericolosi del presidente. “Sembrava che stessimo costantemente camminando lungo il bordo di una scogliera”, avrebbe riferito Porter, aggiungendo “quando capitava di cadere oltre il limite, dovevamo fare qualcosa”. A seguito dell’attacco chimico lanciato dal presidente siriano Bashar al-Assad ai danni della città di Idlib, nell’aprile 2017, Trump avrebbe chiamato Mattis, dichiarando di voler assassinare il presidente siriano. “Uccidiamolo, cazzo! Entriamo. Uccidiamoli tutti quanti”, avrebbe detto Trump, secondo il racconto di Woodward. Nel libro, Mattis risponde al presidente che sarebbe stata la cosa giusta da fare, ma dopo aver riagganciato il telefono, dice a un aiutante di alto livello: “Non faremo nulla di tutto ciò. Saremo molto più moderati”. Il team di sicurezza nazionale ha progettato quindi un attacco aereo convenzionale, che Trump ha infine ordinato.

Gary Cohn, consigliere economico capo della Casa Bianca e veterano di Wall Street, avrebbe cercato di moderare il protezionismo smodato di Trump per quanto riguarda le politiche commerciali dell’amministrazione. Secondo Woodward, Cohn “ha rubato una lettera dalla scrivania di Trump”, un documento che il presidente intendeva firmare per ritirare formalmente gli Stati Uniti da un accordo commerciale con la Corea del Sud. Cohn, in seguito, avrebbe riferito ad un collega che aveva rimosso la lettera per proteggere la sicurezza nazionale e che Trump non si era neanche accorto che questa mancava. Cohn avrebbe tentato una simile azione per impedire a Trump di trascinare gli Stati Uniti fuori dall’Accordo di Libero Scambio Nordamericano, il NAFTA, una decisione che il presidente ha a lungo minacciato di prendere. Secondo il libro, nella primavera del 2017, Trump, ansioso di ritirarsi dal NAFTA, avrebbe detto a Porter: “Perché non lo stiamo facendo? Fai il tuo lavoro. È tutto un tap, tap, tap. Sai solo picchiettarmi sulla spalla. Voglio farlo”. Sotto gli ordini del presidente, Porter avrebbe redatto una lettera di ritiro dall’accordo. Tuttavia, temendo una crisi economica e diplomatica, i funzionari americani avrebbero deciso di agire per impedire l’avvenimento. Cohn avrebbe quindi rassicurato Porter, dicendogli: “Posso fermarlo. Prenderò il foglio dalla sua scrivania”. Nonostante non ci sia alcuna prova che questi fatti siano accaduti e alla luce delle smentite da parte della Casa Bianca, è interessante sottolineare che le ripetute minacce da parte di Trump di uscire dal NAFTA, non sono ancora risultate in alcuna azione da parte del presidente.

Cohn sarebbe arrivato a considerare il presidente “un bugiardo professionista” e avrebbe minacciato di dimettersi nell’agosto del 2017, a causa della gestione da parte di Trump di una manifestazione estremamente violenta di esponenti della supremazia bianca, avvenuto a Charlottesville. Cohn, che è ebreo, risultò particolarmente scosso quando una delle sue figlie gli raccontò di aver trovato una svastica dipinta sul muro del dormitorio del proprio college. Trump è stato aspramente criticato per aver inizialmente detto che “entrambe le parti” erano da biasimare. Dopo aver sollecitato i consiglieri, ha poi condannato i suprematisti bianchi e i neonazisti, ma quasi immediatamente, secondo il libro di Woodward, avrebbe riferito ai suoi collaboratori: “Questo è stato il più grande errore che ho fatto, il discorso peggiore che io abbia mai fatto”. Sempre nel libro, quando Cohn ha incontrato Trump per consegnare le proprie lettere di dimissioni, a seguito degli eventi di Charlottesville, il presidente lo avrebbe inizialmente accusato di tradimento e successivamente avrebbe tentato di persuaderlo a restare. A tale proprosito, Kelly avrebbe confidato a Cohn che condivideva il suo orrore per il modo in cui Trump aveva gestito la tragedia e che comprendeva la sua rabbia nei confronti di Trump. “Avrei preso quella lettera di dimissioni e gliela avrei ficcata nel sedere sei volte”, avrebbe detto Kelly a Cohn, secondo il racconto Woodward. Lo stesso Kelly avrebbe, a sua volta, minacciato di dimettersi più volte, non facendolo però mai. 

Woodward illustra come il terrore nell’orbita di Trump avrebbe preso forma nel corso del suo primo anno di presidenza, lasciando alcuni membri dello staff e del Gabinetto confusi dalla mancanza di comprensione del presidente sul funzionamento del governo e dalla sua incapacità e riluttanza nell’apprenderlo. I momenti di panico dello staff presidenziale ritornano continuamente nel libro, in occasione di decisioni sostanziali e disaccordi interni, comprese le tensioni con la Corea del Nord e il futuro della politica degli Stati Uniti in Afghanistan. Woodward racconta ripetuti episodi di ansia all’interno del governo per la gestione della minaccia nucleare nordcoreana da parte di Trump. Un mese dopo essersi insediato, Woodward racconta che Trump avrebbe chiesto al generale Dunford un piano per un attacco militare preventivo contro la Corea del Nord, che ha fatto tremare il veterano. Nell’autunno del 2017, mentre si intensificava la guerra verbale tra Trump e Kim Jong Un, con il presidente americano che soprannominò il dittatore della Corea del Nord “Little Rocket Man” in occasione di un discorso alle Nazioni Unite, il suo staff temeva che il presidente potesse provocare una reazione militare da parte di Kim. Tuttavia, secondo quanto si legge in “Fear”, Trump avrebbe riferito a Porter di avere la situazione sotto controllo, dicendo: “È una cosa da leader a leader. Uomo contro uomo. Io contro Kim”.

Il libro racconta anche di un Donald Trump poco tollerante nei confronti della guerra in Afghanistan, il conflitto più lungo nel quale gli Stati Uniti siano mai stati impegnati. In una riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale, tenutasi nel luglio 2017, Trump avrebbe rimproverato i suoi generali alla presenza di altri consiglieri, per 25 minuti, lamentando che gli Stati Uniti stavano perdendo la guerra, secondo quanto scrive Woodward. “I soldati sul campo potrebbero gestire le cose molto meglio di voi”, avrebbe dichiarato Trump. “Potrebbero fare un lavoro molto migliore. Non so cosa diavolo stiamo facendo”. Il presidente avrebbe continuato a chiedere: “Quante altre morti? Quanti altri arti persi? Quanto tempo ci resteremo?”. I membri della famiglia Trump, descritti come i suoi principali consiglieri dai media americani, sono personaggi minori nel racconto di Woodward, che saltano fuori solo di tanto in tanto. Woodward racconta un alterco pieno di accuse tra Ivanka Trump, la figlia maggiore del presidente e Stephen K. Bannon, all’epoca capo stratega della Casa Bianca. “Sei un dannato membro dello staff!”. Le avrebbe urlato Bannon, dicendole che doveva lavorare attraverso Priebus, come gli altri funzionari. “Cammini per questo posto e ti comporti come se fossi al comando, non lo sei. Sei parte del personale!”. Ivanka Trump avrebbe risposto: “Io non sono una dello staff! Non sarò mai dello staff. Sono la prima figlia”.

Nel libro, l’inchiesta sul Russiagate appare come uno dei temi più scottanti, capace di mettere profondamente in imbarazzo il presidente. Woodward descrive una telefonata tra Trump e il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sissi, per negoziare la liberazione di un volontario detenuto in Egitto, in cui al-Sissi avrebbe affermato: “Donald, sono preoccupato per questa indagine. Hai intenzione di mostrarti in giro?”. Trump avrebbe riferito la conversazione al proprio avvocato, Dowd, descrivendola come “un calcio nei dadi”, secondo il racconto Woodward. Il libro, poi, si sofferma a lungo sul dibattito tra Trump e i suoi avvocati, incluso John Dowd, sul prendere parte o meno alla testimonianza con il consulente speciale Robert. S. Mueller, per discutere del Russiagate. Secondo il racconto, in occasione di un incontro tenutosi il 5 marzo, Dowd spiegò a Mueller perché stava cercando di impedire al presidente di testimoniare: “Non ho intenzione di sedermi lì e farlo sembrare un idiota. Tu pubblicherai quelle trascrizione, perché tutto esce fuori a Washington, e tutti all’estero diranno: ti ho detto che era un idiota! Ti ho detto che era un maledetto fesso! Perché dovremmo avere a che fare con questo idiota?”. “John, capisco,” avrebbe risposto Mueller, secondo Woodward.  

Più tardi quel mese, Dowd avrebbe detto a Trump: “Non testimoniare. O la rinuncia a testimoniare o una tuta arancione”. Tuttavia, Trump, preoccupato del messaggio che avrebbe potuto mandare un presidente che si rifiutava di testimoniare in un processo così importante e convinto di poter gestire le domande di Mueller, sarebbe stato determinato nella propria decisione. “Sarò un vero testimone”, avrebbe detto Trump a Dowd. “Non sei un buon testimone,” avrebbe risposto l’avvocato, “Signor Presidente, temo di non poterla aiutare”. Nel racconto, la mattina dopo, Dowd si dimise. Nella realtà, il 22 marzo, Dowd rassegna le dimissioni, citando il continuo rifiuto da parte di Trump di ignorare i suoi consigli, mentre Trump ha lamentato la sua mancanza di fiducia in Dowd nella gestione di indagini così importanti da poter minare la stabilità dell’attuale amministrazione americana. In “Fear” si racconta questo e molto altro, ma sarà necessario attendere ancora qualche giorno per comprendere se il libro avrà o meno la capacità di minare, con le sue dichiarazioni scomode, la stabilità del mondo intero.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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