Che Giuseppe Conte sia sempre schierato dalla parte del più forte

Pubblicato il 5 settembre 2018 alle 3:11 in Il commento

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Andare d’accordo con gli Stati Uniti conviene. Nelle relazioni tra gli Stati, occorre essere schierati dalla parte del più forte e avere la capacità di distinguere le potenze ascendenti da quelle discendenti. Un trionfo equivale a una sconfitta, se non è duraturo. Studiare la politica internazionale è importante per non ritrovarsi sul versante discendente della storia. È dunque accorta la condotta di Giuseppe Conte e di Enzo Moavero Milanesi. Entrambi operano per avanzare con gli americani al proprio fianco, come è emerso nell’incontro alla Casa Bianca tra Conte e Trump, il quale ha assicurato sostegno all’Italia nella ricostruzione della Libia. A camminare sui rilievi discendenti si rischia il collo. È dimostrato da Venezuela, Iran, Siria, Corea del Nord, Iraq, Afghanistan e Libia. Di contro, i vantaggi di un saggio cammino trovano conferma nel nuovo presidente dell’Argentina, Mauricio Macri, il quale, il 7 giugno, ha stretto un accordo triennale con il Fondo monetario internazionale, da cui riceverà 50 miliardi di dollari. Strabiliante. È più del doppio di ciò che in genere viene dato ai Paesi con le criticità argentine. La stampa internazionale è concorde nel giudicarlo un trattamento di favore, che spieghiamo facilmente.

Trump sente di avere un’occasione unica per ricondurre l’Argentina sotto l’influenza americana, dopo anni di governi non allineati, e intende fare di tutto per impedire la bancarotta. Chi vorrebbe un alleato talmente povero da non portare frutti all’alleanza? Il 4 maggio, la banca centrale dell’Argentina ha innalzato i tassi di interesse al 40% per ridurre la fuga degli investitori esteri, i quali vanno e vengono. Una volta che vengono, occorre che rimangano. Se ritirano i risparmi, un Paese frena in corsa sulle ginocchia. Doloroso. Il problema è che l’innalzamento del tasso d’interesse invoglia gli investitori a restare, ma riduce la possibilità per i cittadini di ottenere un prestito dalle banche. Si chiama riduzione dell’accesso al credito. Un argentino non aprirà un ristorante in presenza di banche che gli chiedono di restituire molti soldi in cambio di pochi. Se prende un peso, ma poi gli tocca restituirne dieci, non avvia l’attività. Il che significa che l’innalzamento del tasso d’interesse da parte della banca centrale, nei Paesi come l’Argentina, andata maledettamente in bancarotta il 26 dicembre 2001, ha forti implicazioni politiche perché accresce la propensione alle rivolte. L’innalzamento del tasso di interesse, nel breve periodo, va bene agli investitori stranieri, i quali si arricchiscono con gli interessi sui titoli del debito pubblico, ma non ai connazionali, che si impoveriscono. Il lungo periodo non conta giacché le rivolte dipendono da ciò che accade oggi (di male) e non da ciò che potrebbe accadere domani (di buono). Giunge ora la notizia che l’Argentina ha innalzato il tasso d’interesse al 60%, il più alto al mondo. Il Fondo monetario internazionale accorre perché un simile innalzamento è un allarme a sirene spiegate. A questo punto, per chiarire quanto sia vantaggioso andare d’accordo con gli Stati Uniti, occorrono quattro informazioni fondamentali. La prima è che la sede centrale del Fondo Monetario Internazionale è a Washington e cioè a casa di Trump. La seconda è che il padre di Trump strinse affari immobiliari con il padre di Macri negli anni Ottanta. La terza è che gli ultimi due presidenti dell’Argentina hanno condotto politiche non gradite agli americani. Si tratta di Nestor Kirchner, presidente dal 2003 al 2007, e di sua moglie, Cristina Kirchner, al potere dal 2007 al 2015. Cristina, che aveva espresso vicinanza al nemico americano Hugo Chavez, ha lasciato intendere, ma praticamente ha detto, che la Casa Bianca stava operando per assassinarla. Il tutto in un discorso televisivo del primo ottobre 2014. E scusate se è poco. La quarta informazione è che la Cina vuole penetrare in America Latina, dove è già il principale partner commerciale del Brasile. A parlar chiaro si fa prima: Trump vuole prendersi l’Argentina. Per riuscirci, deve mantenere Macri al potere. Danneggia l’economia dei nemici e salva quella degli amici. La lezione è importante per quei Paesi che hanno gran parte del debito pubblico nelle mani degli investitori stranieri. Pare che l’Italia rientri nella categoria. È un bene avere un ministro degli Esteri che si incammina verso i rilievi geopolitici giusti, che non sono mai quelli discendenti.

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Articolo apparso sul Messaggero nella rubrica Atlante di Alessandro Orsini. Per gentile concessione

di Alessandro Orsini

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